Posts Tagged ‘semifinale’

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POR QUÉ BARCELLONA?

4 Mag 2011

Provo a spiegarvi perché, secondo me, Mourinho ha ragione: l’espulsione di Pepe ha condizionato l’esito di questa semifinale di Champions.
“Stavamo tenendo lo 0-0. Poi nel finale sarebbe potuto entrare Kakà, l’avremmo provata a vincere nel finale”. Josè Mourinho l’aveva pensata così la doppia sfida con il Barcellona. D’altronde, il 5-0 dell’andata di campionato l’aveva messo sull’attenti. Impossibile affrontare il Barcellona giocando alla pari. E, soprattutto, impossibile instillare nei giocatori del Real la convinzione di essere sullo stesso livello del Barcellona. Perciò mourinho ha lavorato in due direzioni, come sempre. Dal punto di vista psicologico-ambientale, caricando tutta la famiglia Real alla guerra santa contro il Barcellona. E dal punto di vista tattico.

Un difensore a centrocampo. Segno di resa anticipata? Forse per quelli che ricordano il manciniano Burdisso davanti alla linea difensiva.  Non era niente di tutto questo. Pepe aveva già giocato in quella posizione con la nazionale portoghese. Inoltre era l’unico modo trovato da Mourinho per interrompere il tremendo fraseggio a centrocampo della squadra di Guardiola. L’intensità di Pepe, aggiunta a Khedira (poi a Lassana Diarra) e Xabi Alonso, garantiva maggior protezione alla difesa e meno spazio giocabili per il Barça. E in effetti Mourinho ha avuto ragione. Perché nella sfida di campionato del bernabeu ha pareggiato 1-1. In Coppa del Re ha vinto 1-0 e fino al 60′ dell’andata di Champions era sullo 0-0.

Poi è arrivata l’ingiusta espulsione. Tutti hanno visto che Dani Alves ha simulato. Il Real è rimasto in dieci ed è affondato, mandando all’aria il piano di Mourinho. So già quali sono le obiezioni che vengono mosse: 1) il Real Madrid non può giocare per lo 0-0; 2) Pepe e compagni giocano a calci, il Barcellona gioca a calcio; 3) il ritorno della semifinale ha dato la testimonianza della superiorità del Barcellona: in 11 contro 11, per più di un tempo il Real non ha tirato in porta.

Parto dal punto numero 3. Vero, ed è appunto il motivo per cui Mourinho ha impostato la doppia sfida in questo modo: chiudere le linee di passaggio, pressare alla morte, attendere, ripartire. Provinciale? Forse. Ma farlo disponendo di contropiedisti come Di Maria e Ronaldo non è proprio un’idea meschina, anzi. Il punto numero 1 è già stato spiegato: il Real forse non potrà giocare per lo 0-0, i milioni spesi glielo impediscono. Ma se non giocare per lo 0-0 significa perdere, perché deve cercare la via più breve per la sconfitta? E poi: il Barcellona gioca meglio. Chi non lo sa? Xavi e Iniesta sono di un altro pianeta. Ma guardatevi il gol di Pedro. Viene innescato dal fidanzato di Spagna, che stoppa e imbuca per il compagno. Proprio lì, proprio lì ci sarebbe dovuto essere Pepe, proprio quella era la giocata impedita dal portoghese. Naturalmente Mourinho a Barcellona è stato costretto a giocare con il 4-2-3-1 a casua dello 0-2 dell’andata.

Ma, lo ripetiamo, nobile o meno, l’idea di Mourinho era di andare a giocarsela a Barcellona, cercando di passare il turno con un gol. Tipo quello segnato ed annullato ad Higuain. Che è stato la testimonianza che forse, in fondo, il Real ce la poteva fare proprio nel modo in cui l’aveva pensato Mou. Che alla fine è stato davvero fregato dal quel rosso a Pepe. Poi c’è stato messi, c’è stato Iniesta, c’è stato Pedro, c’è stato Abidal, c’è stato il Barcellona. Il Calcio, han detto tutti. Ha vinto il barcellona perché è più forte e ha meritato.

Vincesse sempre il più forte, non ci sarebbe più un briciolo di divertimento.

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EROI

29 aprile 2010

Il cinque maggio era durato più di un tempo. Dal pareggio di Poborsky in poi la partita doveva andare in un certo modo: l’inerzia era biancoceleste. Non è stato immediato, ma prolungato. Il pareggio eliminazione con il Milan era stata una rincorsa impossibile: il picco di tensione era stato quel tiro di Kallon parato di ginocchio da Abbiati. Ma il gol di Bojan, quello annullato, mi ha fatto provare un’emozione nuova. O forse no, forse è la stessa di quando Trezeguet ha imbucato il golden gol nella finale degli Europei. Ma l’Inter non è l’Italia, siamo seri.

Ecco, quando la palla è arrivata a Bojan io mi sono stretto in me stesso, sul divano. E quando la palla è entrata, mi sono sentito gelare. O forse non gelare, non lo so spiegare bene. È come se per tre secondi non fossi stato in vita. In tre secondi ho pensato, anzi, mi sono passati in testa alcuni flash (in automatico, non li ho pescati io): 1) non è giusto; 2) non lo meritiamo; 3) mi ammazzo; 4) non abbiamo punte, come facciamo a segnare in due minuti? Ero morto in sostanza, affondato, gelato, senza forze. Non mi ricordo neanche cos’ho fatto in quegli istanti. Se ho urlato, se ho pianto. Sono stati tre secondi di altro mondo, di una cosa nuova e bruttissima.

Poi l’arbitro ha annullato. Il cuore ha ripreso a battere, fortissimo. Lo sentivo forte come non mai. Ero vivo: il cuore che batte forte era il mio, ma era quello dei miei rappresentanti. Quegli eroi che si sono piazzati davanti a Julio Cesar e hanno detto: “Mi spiace, adesso tocca a noi”. Poi il recupero è finito, poi è arrivata la gioia. Particolare, nuova, inattesa, dolce. Non so se si possono classificare i momenti belli in “più belli” o “bellissimi”. Non faccio una classifica. Ma il cuore ha ripreso il suo ritmo regolare, lo stomaco si è rilassato. La voce è spuntata. Una fatica così, e non abbiamo ancora vinto niente. Ma gli eroi, questi eroi, meritano un premio. Ce lo meritiamo anche noi.

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INTER-BARCELLONA DALLA CURVA

22 aprile 2010

da Sky.it

“Madrid”, enorme. “Andiamoci insieme”, l’esortazione. I tifosi dell’Inter lo mettono in chiaro dall’inizio, quando le squadre entrano in campo. Una coreografia che occupa due anelli, uno stadio pieno di gente che ha in mente solo la finale del Bernabeu. Stadio pieno e scaramanzia: per mezz’ora su San Siro vola un pipistrello. Un pipistrello vero, nero, che svolazza sopra la porta di Julio Cesar. Qualcuno dice: “Brutto segno”. Il Barcellona segna, al primo tiro. E il pipistrello svolazza indisturbato. Poi, di colpo, sparisce. Se ne perdono le tracce. L’Inter sale, Eto’o crossa, Milito prolunga, Sneijder segna.

Ogni volta poi che Ibra tocca palla, partono i fischi. Maxwell gioca indisturbato, nessuno lo fischia: e infatti offre l’assist a Pedro, con tutta calma. Lo svedese, invece, sembra irretito. Lucio lo sovrasta e ogni intervento del difensore è sottolineato da un boato. San Siro non è più la casa di Zlatan. Anzi. Ogni tanto si alza quello spiacevole coro che accompagnava Ibra in tutti gli stadi italiani, tranne San Siro: “Zlatan, sei uno zingaro”.

Poi arrivano i gol della vittoria. I tifosi impazziscono. Anche lo speaker esalta la gente, invocando cinque volte il nome di Milito. Sul 3-1 qualcuno inizia a dire: No, non ci credo”. Invece è tutto vero. Se ne accorge anche un bambino che avrà al massimo tre anni e se ne sta in braccio al suo papà, in curva Nord. Battesimo del fuoco per il piccolo, che con la maglia di Figo e il ciuccio in bocca alza le braccia quando tutti cantano per il Principe.

Poi entra Balotelli, che emoziona tutti con una giocata. È un lampo: poco dopo inizia a trascinarsi per il campo. E la gente inizia a darsi di gomito: “Guardalo là. Non corre, non corre”. Partono i mugugni, poi Mario sbaglia un’apertura e tutti gli puntano il dito contro. “Buffone, buffone”. L’Inter sta vincendo 3-1 contro i campioni del mondo e lo stadio se la prende con uno dei giocatori. Balotelli risponde, la voragine si allarga. Finisce la partita con Mario che getta via la maglia nerazzurra. I tifosi inveiscono. Qualcuno si limita a dire: “Abbiamo battuto 3-1 il Barcellona senza di lui. Non ci serve”. Poi allo stadio suona “C’è solo l’Inter”. Madrid è più vicina: per l’Inter, per i suoi tifosi. Non per Super Mario.

INTER-BARCELLONA: LA COREOGRAFIA DELLA CURVA NORD – MADRID, ANDIAMOCI INSIEME