Posts Tagged ‘josè mourinho’

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CIAO WES, INSIEME SIAMO STATI GRANDI

21 gennaio 2013

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Quel venerdì 28 agosto 2009 faceva piuttosto caldo. E io, caro Wesley, ero lì con gli altri giornalisti ad aspettarti, ad Appiano. Ce la ricordiamo tutti, quella conferenza stampa. L’abito estivo, Mourinho in maniche corte e abbronzato, Oriali che ti tiene la maglia numero 10 (sedotta e abbandonata da Ibra, negata a Balotelli), Branca che sta un po’ defilato.

Mentre pronunciavi le classiche parole che stai già dedicando alla tua nuova squadra (“Sono arrivato in un team grandioso”, “[NOME ALLENATORE] è uno dei più bravi del mondo”) è successa una cosa che, alla lunga è stato più che un segnale. Mentre stavi parlando e tutti pendevamo dalle tue labbra nella sala stampa di Appiano, da una porta laterale è entrata lei, Yolanthe. Indossava un vestitino estivo colorato e tutti, me compreso, ci siamo distratti per ben più di tre secondi, nel vederla sfilare e accomodarsi in una delle poltroncine laterali, mentre ti guardava e scattava foto con una compatta.

Non so gli altri e non me ne voglia la mia ragazza, ma raramente, forse mai, avevo e ho visto dal vivo una donna tanto bella. Non la conoscevamo bene ancora, Yolanthe. Mentre adesso che sei già a Istanbul sappiamo che al Gala abbiamo spedito Sneijder e Yolanthe, come se anche lei fosse un pezzo di Inter. Come quando Julio Cesar la scorsa estate è partito per Londra e, giorno per giorno, siamo stati aggiornati ed emozionati dai tweet di Suzana. Un anno dopo quella conferenza stampa tu e Yolanthe vi siete sposati, in una cerimonia celebrata dal prete più interista che abbia mai conosciuto, don Luigi, che ogni volta che incrociavo da piccolo mi parlava sempre e solo dell’Inter.

Il giorno dopo quella conferenza stampa eri già in campo, nel derby: 4-0, una tua prova super. La prima prova generale delle prove da triplete. Di quella stagione fantastica ci sono momenti che ci porteremo dentro per sempre:  il primo fu il gol all’Udinese, a tempo scaduto, un 2-1 che ci mandò fuori di testa. Era il segnale di una stagione da vivere a tutta, fino all’ultimo. E allora via, con la doppietta con il Siena, il gol a Kiev che è uno dei pezzi più grossi della Champions, l’assist a Eto’o a Londra contro il Chelsea, il gol ai quarti su punizione con il Cska, il gol al Barcellona a San Siro che diede il via ad una delle più grandi partite della storia dell’Inter (oltre all’assist per Milito per il 3-1). Poi Madrid, quell’assist perfetto al Principe per l’1-0, il gol fallito poco prima, una prova da campione.

Forse la tua ruota ha iniziato a girare all’indietro in quella maledetta finale del Mondiale. Avevi già fatto 5 gol e eliminato il Brasile con una doppietta, quando sullo 0-0 hai messo in porta Robben. La storia sarebbe cambiata, Robben ha fallito, l’Olanda ha perso, tu non hai vinto il pallone d’oro. Sei tornato un po’ più scarico, ci hai aiutato a battere il Bayern a Monaco, hai alternato prove buone a lunghe pause. Ci lasci con un po’ di amaro per come è stata gestita la situazione, con i tweet a volte dolci a volte amari della tua bella Yolanthe. In una delle tue ultime partite con noi, di fronte ad un San Siro che mugugnava, hai guardato la tribuna: “fischiate, fischiate…”. I segnali di insofferenza c’erano. Ma mai come adesso ci sarebbe servito uno come te. Uno che ragiona in verticale, uno con i tuoi tempi di gioco ed i tuoi piedi. L’hanno già scritto tutti: ciao, addio, ci mancherai, non ci mancherai, ci servivi, non ci servivi.  Io ti dico solo grazie Wes. Magari non sei il più grande interista sulla faccia della terra, anzi non ci sono dubbi. Ma anche grazie a te l’Inter è diventata grande.

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RITORNIAMO

10 ottobre 2011

Questione numero uno: non scrivo sul blog da un po’ troppo tempo. Mi impegno a ricominciare a postare con frequenza. Punto numero due: perché non posto con frequenza? Per lo stesso motivo per cui l’Inter si è sgonfiata. Abbiamo fatto troppa fatica a raggiungere la cima, in quel maggio 2010, che poi ci siamo sentiti svuotati. Colpa o merito di Josè, non lo so. Ma di sicuro, capisco come si possano sentire i nostri ragazzi che scendono in campo. Non appagati, quello no. E nemmeno senza voglia di vincere. Però, inconsciamente, loro, come me, si sono sentiti in pace con se stessi e con il mondo. Non c’era più bisogno di dimostrare niente. Ora però, l’astinenza è durata troppo. Non voglio nemmeno soffermarmi sui vari personaggi che si sono seduti sulla nostra panchina, senza lasciare il segno. È arrivata l’ora in cui l’Inter DEVE tornare ad essere l’Inter che ci ha lasciato Mou. Quella affamata, pazza, cattiva, spietata. Quella che lo stesso Ranieri non voleva mai incontrare, perché sapeva che sarebbe stato difficilissimo batterla. E allora ricominciamo. Ci riprovo io, dal blog, dal mio piccolo. Provateci anche voi, ragazzi. So che potete farcela. Io sono con voi.

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POR QUÉ BARCELLONA?

4 maggio 2011

Provo a spiegarvi perché, secondo me, Mourinho ha ragione: l’espulsione di Pepe ha condizionato l’esito di questa semifinale di Champions.
“Stavamo tenendo lo 0-0. Poi nel finale sarebbe potuto entrare Kakà, l’avremmo provata a vincere nel finale”. Josè Mourinho l’aveva pensata così la doppia sfida con il Barcellona. D’altronde, il 5-0 dell’andata di campionato l’aveva messo sull’attenti. Impossibile affrontare il Barcellona giocando alla pari. E, soprattutto, impossibile instillare nei giocatori del Real la convinzione di essere sullo stesso livello del Barcellona. Perciò mourinho ha lavorato in due direzioni, come sempre. Dal punto di vista psicologico-ambientale, caricando tutta la famiglia Real alla guerra santa contro il Barcellona. E dal punto di vista tattico.

Un difensore a centrocampo. Segno di resa anticipata? Forse per quelli che ricordano il manciniano Burdisso davanti alla linea difensiva.  Non era niente di tutto questo. Pepe aveva già giocato in quella posizione con la nazionale portoghese. Inoltre era l’unico modo trovato da Mourinho per interrompere il tremendo fraseggio a centrocampo della squadra di Guardiola. L’intensità di Pepe, aggiunta a Khedira (poi a Lassana Diarra) e Xabi Alonso, garantiva maggior protezione alla difesa e meno spazio giocabili per il Barça. E in effetti Mourinho ha avuto ragione. Perché nella sfida di campionato del bernabeu ha pareggiato 1-1. In Coppa del Re ha vinto 1-0 e fino al 60′ dell’andata di Champions era sullo 0-0.

Poi è arrivata l’ingiusta espulsione. Tutti hanno visto che Dani Alves ha simulato. Il Real è rimasto in dieci ed è affondato, mandando all’aria il piano di Mourinho. So già quali sono le obiezioni che vengono mosse: 1) il Real Madrid non può giocare per lo 0-0; 2) Pepe e compagni giocano a calci, il Barcellona gioca a calcio; 3) il ritorno della semifinale ha dato la testimonianza della superiorità del Barcellona: in 11 contro 11, per più di un tempo il Real non ha tirato in porta.

Parto dal punto numero 3. Vero, ed è appunto il motivo per cui Mourinho ha impostato la doppia sfida in questo modo: chiudere le linee di passaggio, pressare alla morte, attendere, ripartire. Provinciale? Forse. Ma farlo disponendo di contropiedisti come Di Maria e Ronaldo non è proprio un’idea meschina, anzi. Il punto numero 1 è già stato spiegato: il Real forse non potrà giocare per lo 0-0, i milioni spesi glielo impediscono. Ma se non giocare per lo 0-0 significa perdere, perché deve cercare la via più breve per la sconfitta? E poi: il Barcellona gioca meglio. Chi non lo sa? Xavi e Iniesta sono di un altro pianeta. Ma guardatevi il gol di Pedro. Viene innescato dal fidanzato di Spagna, che stoppa e imbuca per il compagno. Proprio lì, proprio lì ci sarebbe dovuto essere Pepe, proprio quella era la giocata impedita dal portoghese. Naturalmente Mourinho a Barcellona è stato costretto a giocare con il 4-2-3-1 a casua dello 0-2 dell’andata.

Ma, lo ripetiamo, nobile o meno, l’idea di Mourinho era di andare a giocarsela a Barcellona, cercando di passare il turno con un gol. Tipo quello segnato ed annullato ad Higuain. Che è stato la testimonianza che forse, in fondo, il Real ce la poteva fare proprio nel modo in cui l’aveva pensato Mou. Che alla fine è stato davvero fregato dal quel rosso a Pepe. Poi c’è stato messi, c’è stato Iniesta, c’è stato Pedro, c’è stato Abidal, c’è stato il Barcellona. Il Calcio, han detto tutti. Ha vinto il barcellona perché è più forte e ha meritato.

Vincesse sempre il più forte, non ci sarebbe più un briciolo di divertimento.

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POLL E I POTERI OSCURI

29 aprile 2011

di Luciano Cremona

Le polemiche infuriano. La Uefa indaga. Josè Mourinho potrebbe prendersi una pesante squalifica. La stampa spagnola ha messo in piedi una vera e propria battaglia. Marca parla di “Imbroglione”, riferendosi a Dani Alves e alle simulazioni dei giocatori del Barcellona. Il Mundo Deportivo replica rispondendo per filo e per segno ai “perché?” sparati dallo Special One in conferenza stampa. Tra cui c’era anche il famoso attacco al Barcellona in quanto “squadra dell’Unicef”. Le parole del tecnico portoghese hanno riaperto un tema caldo, quello della sudditanza degli arbitri nei confronti dei grandi club. La risposta su come i club europei sono soliti cercare di farsi amici gli arbitri è arrivata da un famoso ex direttore di gara. L’inglese Graham Poll, che tiene una rubrica sul Daily Mail, ha elencato una serie di aneddoti che spiegano come le società esercitino il loro “potere oscuro”. Partendo proprio da Josè Mourinho, definito come il maestro dei giochi psicologici.

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Mou e Ancelotti, serve una vittoria per scacciare gli incubi

22 febbraio 2011

Real Madrid e Chelsea sperano nel clima di Champions per tornare a sorridere: le merengues – che non vincono in trasferta in una gara ad eliminazione diretta dal 2002 – contro la bestia nera Lione, mentre i blues si affidano a Torres che sinora ha deluso

di Luciano Cremona

Mago Mou pensaci tu. Era l’invocazione degli interisti che dopo 45 anni di disastri europei avevano bisogno di qualcuno che sfatasse il tabù. A Madrid la situazione è più o meno la stessa. Gli anni sono molti di meno, ma i più titolati in Champions non possono permettersi di essere eliminati ancora una volta agli ottavi. E proprio la sfida con il Lione va ad incrociare due tendenze opposte: quella del Real mai vincente nelle ultime 10 trasferte negli scontri diretti in Europa. E quella di Josè Mourinho, che non perde una partita eliminatoria dall’aprile 2009.

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CIAO 2010, NON TI DIMENTICHERÒ MAI

31 dicembre 2010

Ecco, è finito. Ce ne sarà un altro come questo? Difficile. Anche perché questo 2010 ce l’abbiamo talmente nel cuore, che difficilmente riproveremo emozioni del genere. Ma non solo quelle delle coppe. Cinque. Ma è stato un anno magico, incredibile, fantastico. Basti pensare allo scorso gennaio, a quel 4-3 con il Siena con in campo Stevanovic e Arnautovic, con Samuel a fare l’attaccante, con la squadra ad esultare al 93′ come per uno scudetto. Uno scudetto strappato con i denti, con partite stoiche come quella con la Samp, come il derby vinto in 9, con quella convinzione diffusa che “Ci battono solo se giochiamo in 6”. Quel mese di maggio, quelle tre coppe in 17 giorni, a Roma, a Siena e a Madrid. I gol di Milito, le lacrime di Josè, la piazza del Duomo sempre piena, San Siro che veglia fino all’alba l’arrivo della coppa. Come possiamo festeggiare la fine di un anno del genere?

Poi sono arrivate la Supercoppa Italiana, la sconfitta di Monaco e il tetto del Mondo. Ecco, chiudiamo l’anno più nerazzurro di sempre pieni di toppe sulla maglia, con tanto orgoglio, con la consapevolezza che come noi nessuno mai. Abbiamo fatto in tempo anche a liquidare un Benitez mai del tutto nostro, ad accogliere un Leonardo che, formato dalla catechesi Mourinhana, si è già calato nella tuta nerazzurra. Il sorriso del presidente, l’affetto della gente, il clima frizzante di Appiano Gentile ha forse riacceso la scintilla negli occhi dei nostri campioni. Che nel 2010 sono stati perfetti, ma non si fermeranno. Nel 2011 c’è una rimonta da cominciare e portare a termine. Ciao 2010 e grazie. Anzi, grazie, Inter.

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SPECIAL NOI

30 novembre 2010

Ok, basta guardare questa foto. E contestualizzare, ovviamente. Inter in 10 da un’ora, un 3-1 all’andata da difendere. Sei uomini in linea, ma in linea sulla riga dell’area. Piqué farà gol, imbeccato da Xavi, ok. Ma l’Inter ha vinto anche così. Abbiamo battuto il Barcellona perché siamo stati formidabili all’andata e super al ritorno. Una compattezza difensiva mostruosa, un controllo del non possesso fantastico. Sì, il controllo del non possesso, non ridete. Quando proprio Mourinho ne parlò, lo criticarono. Non era una stupidata, anzi. Il Barcellona ha i migliori centrocampisti del mondo, ha il miglior possesso palla, la miglior qualità di passaggio, la miglior capacità di muovere il pallone, di aprire gli spazi, di tagliare dietro la schiena dei difensori. Tutto quello che si è visto nel 5-0 contro il Real. Ma allora, Mourinho? È questa la domanda che gli interisti si fanno.

Innanzitutto il Barcellona, contro l’Inter, aveva due uomini in meno: Iniesta era out e in avanti c’era Ibra, non Villa. Lo schiacciarsi dello svedese addosso alla difesa nerazzurra era come un imbottigliare verso il centro il gioco blaugrana. Villa, nel Clasico, ha giocato sulla linea laterale, tagliando al centro con una veemenza inaudita e squisita. E il Real è stato sommerso. Eppure era un Real costruito ad immagine e somiglianza dell’Inter di Champions. Certo, Khedira non è Cambiasso, ma soprattutto né Pepe né Carvalho sono Walter Samuel. Mourinho conosce il Barcellona a memoria e infatti si è seduto in panchina quando ha capito che la sua squadra non avrebbe potuto far niente, se non affondare. Per sopravvivere al tichitaca di Xavi e compagni serve innanzitutto un blocco difensivo perfetto. Non ottimo, perfetto. Cosa che Mou ha sottolineato subito: “Abbiamo regalato due gol in modo imbarazzante”. La concentrazione al massimo: cosa che ottenne all’Inter, soprattutto in Lucio, il più bisognoso di essere al top mentalmente per 90′ minuti per trasformarsi da farfallone in macchina perfetta. Serve un portiere che non commetta errori: la parata di Julio Cesar su Messi entrerà nella storia, l’ennesimo errore di Casillas è lì a dire che lo spagnolo ha vinto tutto, ma non è certo un mostro, anzi. E poi servono soprattutto la lucidità mentale e la capacità di far fatica nel spendere ogni goccia di energia per fare la cosa giusta: pensare a come bisogna muoversi per annientare Xavi e farlo. Sapere da che parte bisogna convogliare Messi e spingercelo.

Ecco. Mourinho ci ha messo un anno e mezzo per entrare definitivamente nella testa dei suoi uomini, ad Appiano. Un lavoro lungo, meticoloso, fondamentale. Al Real potrebbe impiegarci anche di più a trasformare in soldati i suoi giocatori. Il vantaggio che lo Special One ha è quello di avere a disposizione più qualità. Di sicuro, le cinque dita messe in faccia a Mou dal Barcellona aiutano tutti noi interisti a rielaborare il lutto per la perdita di Josè. Di colpo ci sembra tutto azzurro: abbiamo vinto anche per merito nostro, non solo grazie a José. Sembra una constatazione stupida e infantile, ma i giocatori nerazzurri un pensierino ce l’hanno fatto sicuro: “Forse, quelli speciali, eravamo noi”.