Posts Tagged ‘Inter’

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RITORNIAMO

10 ottobre 2011

Questione numero uno: non scrivo sul blog da un po’ troppo tempo. Mi impegno a ricominciare a postare con frequenza. Punto numero due: perché non posto con frequenza? Per lo stesso motivo per cui l’Inter si è sgonfiata. Abbiamo fatto troppa fatica a raggiungere la cima, in quel maggio 2010, che poi ci siamo sentiti svuotati. Colpa o merito di Josè, non lo so. Ma di sicuro, capisco come si possano sentire i nostri ragazzi che scendono in campo. Non appagati, quello no. E nemmeno senza voglia di vincere. Però, inconsciamente, loro, come me, si sono sentiti in pace con se stessi e con il mondo. Non c’era più bisogno di dimostrare niente. Ora però, l’astinenza è durata troppo. Non voglio nemmeno soffermarmi sui vari personaggi che si sono seduti sulla nostra panchina, senza lasciare il segno. È arrivata l’ora in cui l’Inter DEVE tornare ad essere l’Inter che ci ha lasciato Mou. Quella affamata, pazza, cattiva, spietata. Quella che lo stesso Ranieri non voleva mai incontrare, perché sapeva che sarebbe stato difficilissimo batterla. E allora ricominciamo. Ci riprovo io, dal blog, dal mio piccolo. Provateci anche voi, ragazzi. So che potete farcela. Io sono con voi.

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MAGLIA INTER 2012

30 giugno 2011

Manca una settimana all’evento più atteso da tutti gli interisti. Cioè la presentazione della nuova maglia da gara dell’Inter per la stagione 2011/2012. Dopo i soliti pronostici che davano una maglia con sole tre strisce verticali e dopo la teoria secondo la quale la maglia sarebbe stata identica a quella del Barcellona versione 2012, il sito passionemaglie ha messo online quella che sarà, quasi sicuramente, la maglia ufficiale dell’Inter di Gasperini. Ecco la descrizione: “Realizzata sulla base del template della Francia. Righe strette simili a quelle del 2002-2003, colletto a polo nero, bordo manica nero”. Per la seconda maglia bisognerà attendere il 6 agosto, quando l’Inter sarà a Pechino per la Supercoppa Italiana contro il Milan.

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MATERAZZI, ARRIVEDERCI INTER

22 giugno 2011


di Luciano Cremona

Questa è la storia di un ragazzone arrivato all’Inter con la voglia di vincere tutto. Arrivato quando il suo carattere e i suoi comportamenti erano molto da smussare. Marco Materazzi è stato acquistato dall’Inter nel 2001, dal Perugia, quando era già 28enne, aveva già il record di gol per un difensore in una stagione di A e alle spalle un’esperienza in Inghilterra, all’Everton. Dieci stagioni, 276 partite, 20 gol, cinque scudetti, quattro Coppa Italia, quattro Supercoppa Italiana, una Champions League e il Mondiale per club.

Ma soprattutto un’evoluzione caratteriale importante, da Mr. Hide a dr. Jekyll. Lascia l’Inter per provare l’avventura in America e poi tornare, magari tra appena un anno, e avere un posto in società. Il Materazzi di dieci anni fa, forse, non ci avrebbe neanche pensato. Perché Matrix è davvero diventato grande, sia in campo (con il picco del Mondiale 2006), che fuori, accettando con grande spirito la panchina e le poche presenze. Dalle lacrime del 5 maggio all’ultima Coppa Italia, Matrix di strada ne ha fatta davvero tanta.

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FOTO: La carriera di Materazzi in nerazzurro

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INFINE GORAN, CHE LIBERAZIONE

15 marzo 2011

“Toglilo. Levalo. Basta. Non se ne può più”. Sono le parole più dolci arrivate alle orecchie di Goran Pandev dopo aver stoppato di schiena il tiro di Wesley Sneijder: sarebbe stato 2 a 3. L’olandese ci ha messo un po’ a tornare a centrocampo. E’ passato dalle parti di Leonardo e si è lamentato con l’allenatore. Era incredulo, Sneijder. Lo erano tutti i tifosi dell’Inter. Lo era anche lo stesso Pandev.

Vero, al minuto tre aveva messo in porta Eto’o. Un lampo che aveva fatto pensare a tutti: toh, forse Goran stasera la imbrocca. E invece. E invece si è portato dietro i fantasmi di troppi gol clamorosi falliti e di troppe partite da corpo estraneo. L’ultima, con il Brescia, e quei due destri calciati addosso ad Arcari. Ma bastq pensare alla sfida di Verona con il Chievo, a quel palo a porta vuota. O, ancora, a tante troppe volte in cui, al momento buono, Pandev si è incartato, cercando il sinistro, pasticciando con il destro.

Eppure la favola di Goran era cominciata nel gennaio 2010, dopo la prigionia biancoceleste. E subito era arrivata la gloria, con la punizione-gol nel derby con il Milan. Tre gol da gennaio a giugno, vincendo tutto con Mourinho ma agendo da punta esterna. Anzi, da esterno puro di centrocampo, sempre lontano dall’area. Poi Benitez, il gol in Supercoppa con la Roma, la fatica infinita in campionato. Poi di nuovo la luce, con il gol in finale del Mondiale per Club contro il Mazembe. Doveva essere il punto più alto e quello da cui partire.

E invece. Errori, fischi, giocate sbagliate. Fino al tiro di Sneijder goffamente murato. Sembrava la parola fine. San Siro non sarebbe più stato il posto ideale per giocare a pallone, per Pandev. Poi, si sa, il calcio è strano. E l’occasione è arrivata, piovuta dal cielo grazie a Eto’o, che forse arriva proprio dal cielo, dallo spazio, extraterrestre com’è. Pandev ha calciato di sinistro, il suo sinistro. La palla si è alzata, ma si è infilata in porta. Si è tolto la maglia, Nagatomo l’ha abbracciato. Eto’o, dal momento dello scarico del passaggio, è rimasto immobile. Ha visto il gol ed è stato fermo, in mezzo all’area. Si è goduto il momento, e ha vissuto il gol di Pandev come una liberazione.

Stava diventando un problema per tutti. Per Julio Cesar, per i tifosi, per Leonardo. Che è stato sommerso dai suoi uomini, come se il gol l’avesse fatto lui. E in effetti, l’aver lasciato in campo Pandev, aver creduto in lui fino in fondo, è stata anche una vittoria di Leonardo. Goran si è ripreso l’Inter, con il gol più importante della sua vita. E i tifosi, dopo aver quasi pianto di gioia, si sono sentiti in dovere di chiedergli scusa. E dirgli: “Grazie, Goran”. E finalmente, aggiungiamo.

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BRAVO OBA OBA, CIAO ANDY

28 febbraio 2011

Oba Oba Martins torna ad essere decisivo, consegnando al Birmingham la Carling Cup nel giorno in cui il suo ex compagno in nerazzurro, Andy Van Der Meyde annuncia il ritiro

Sono passati più di sette anni, è vero. C’era ancora il vecchio Higbury, l’allenatore dell’Inter (ancora per poco) era Hector Cuper. Non c’erano titoli, il 5 maggio era passato da poco. L’Inter viveva di fantasmi e imprese di un giorno. Quella sera, 17 settembre 2003, fu una delle più grandi. C’era il super Arsenal di Wenger, quello di Vieira, Henry, Pires, Ljungberg. Finì 0-3, i nerazzurri diventarono i nuovi leoni di Highbury. Toldo che parava tutto, rigori compresi. E Cruz, Martins e Van der Meyde che segnavano gol belli e storici. Sette anni dopo è tutto un altro mondo. L’Inter il mondo se l’è preso. Sono passati Verdelli, Zaccheroni, Mancini, Mourinho, Benitez. Sono passati Veron, Adriano, Crespo, Ibrahimovic e tanti altri. Eppure, di colpo, nello stesso giorno, tornano all’attenzione, come se fossero d’accordo – ma in maniera diversa – due leoni, dati quasi per dispersi. Andy Van der Meyde e Obafemi Martins.

Oba Oba è tornato a fare le capriole. Sempre contro l’Arsenal, come quella sera di Champions. Le ha fatte per festeggiare il gol più importante della sua carriera. Ha segnato il 2-1, decisivo, quasi allo scadere, che ha consegnato la Carling Cup al Birmingham, sua nuova squadra da meno di un mese. Era dal 1963 ch i Blues non alzavano un trofeo. Ci ha pensato Oba, indisciplinato e arruffone come sempre. Ce lo ricordiamo tutti quella sera del marzo 2003, quando debuttò in Champions contro il Leverkusen, segnò, e iniziò a fare capriole, una dietro l’altra, che furono immortalate anche nella sigla della Champions. Doveva essere l’oro nero dell’Inter, dopo che aveva fatto sfracelli, con Pandev, nella primavera. Di gol, Martins ne ha fatti. Tanti, però, ne ha sbagliati. Ed è così che ha iniziato a girare. Il Newcastle, prima. Poi le fugaci esperienze al Wolfsburg e al Rubin Kazan, che detiene il suo cartellino. Non è mai stato un bomber di razza, ha sempre fatto della sua troppa velocità la sua forza. Sembrava sparito, nell’anonimato. Una freccia troppo veloce per essere ricordata. Rieccolo, con un gol pesante che rende merito alla sua forse troppo precoce esplosione. Perché, sì, Martins non ha ancora 27 anni. Che ci crediate o no. Liberi di non crederci.

Chi invece, nello stesso giorno, saluta e dice stop è un altro leone di quella sera nerazzurra. Van der Meyde, l’olandese volante, dice basta. “Mi fermo”. Qualcuno forse dirà: è un ex da un bel pezzo. E in effetti… All’Inter dal 2003/2005, dopo l’esplosione nell’Ajax dei fenomeni (Chivu, Van der Vaart, Ibrahimovic, Sneijder), i tifosi si erano innamorati subito di lui. Elegante, ala destra con il 7, ogni tanto qualche rabona. Il gol al volo contro l’Arsenal, le esultanze da arciere, e tante, tante prove senza incidere. “Piuttosto che continuare a fare panchina all’Inter, vado a giocare nel campionato di Topolino”. Rifiutò il Monaco perché nel principato non ci sarebbe stato spazio per i suoi cavalli. In fondo, per il compleanno della moglie, Andy si era presentato con una zebra. Una zebra, vera. Il trasferimento all’Everton non è servito a rigenerare la sua carriera. Sospeso più volte, come quella sera che finì in ospedale: mix di alcool e droga. Tra Ferrari e altre auto che gli sono state rubate, Van der Meyde ha giocato 20 partite in quattro anni. Poi ha strappato un contratto al PSV, senza mai giocare. Ora smette. In realtà, in effetti, aveva smesso sei anni fa.

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GIGI SIMONI RACCONTA IL SUO RONALDO

16 febbraio 2011

di Luciano Cremona

Quando Gigi Simoni alza la cornetta, sa già che si parlerà di Ronaldo. Ma non sbuffa, non si nega, anzi. In sottofondo si sentono voci dal campo di allenamento del Gubbio, squadra di Prima Divisione, di cui l’ex allenatore dell’Inter è direttore tecnico. “Si parla del Ronie, vero? Mi fa solo piacere”. E per tutto il tempo la parola Ronie verrà pronunciata con un affetto degno di un genitore verso il proprio figlio.

Quando sente “Ronaldo”, pensa a Iuliano che lo abbatte o al dribbling su Marchegiani a Parigi?
Non posso racchiudere Ronie in un episodio. Penso a lui, al miglior giocatore che abbia mai visto.

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L’OMAGGIO DEL MONDO AL FENOMENO, RONALDO

15 febbraio 2011

di Luciano Cremona

“Lo vedevamo in allenamento, faceva cose straordinarie. A volte ci fermavamo e stavamo ad ammirarlo, lui e i suoi dribbling. È il più grande con cui ho giocato”. Youri Djorkaeff, tra gli altri, ha giocato con Zinedine Zidane. Ma non ha dubbi: quel Fenomeno nerazzurro suo compagno d’attacco nell’Inter di Simoni è stato il top. Ma questa è solo una delle reazioni che la stampa internazionale ha raccolto il giorno dopo l’addio tra le lacrime di Ronaldo. Dall’Argentina alla Spagna, dall’Inghilterra al Brasile, tutti hanno reso omaggio al brasiliano.

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LE FOTO DEL FENOMENO

VIDEO: NUMERI DA FENOMENO

VIDEO: LE LACRIME DI RONALDO IN CONFERENZA STAMPA

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FENOMENO PER SEMPRE

15 febbraio 2011

«Ueh, fenomeno». In fondo l’abbiamo sentito tante volte, su qualsiasi campo: non appena qualcuno cercava di fare un numero, un tunnel o un dribbling complicato. Fenomeno. In senso negativo, nel senso che vuol fare il di più, che vuol andare oltre a quello che è consentito. Fenomeno in senso positivo non era mai stato chiamato nessuno. Serviva qualcuno che sapesse fare con il pallone qualcosa di sovrannaturale e non fine a se stesso. Serviva qualcuno che concentrasse in sè tutta la classe, la potenza, l’abilità e la naturalezza possibili per giocare a calcio.

Quasi non ci credevamo, quando il Fenomeno è sbarcato a San Siro, presentato da Aldo Giovanni e Giacomo. Accolto dai bambini, che lo volevano abbracciare, toccare, accarezzare. Ronaldo 10, sulla maglia nerazzurra. E poi Ronaldo 9. Era sulle nostre maglie, sulle nostre bocche, nel nostro stadio. Era ad Appiano Gentile, a un metro dalla rete. Lì, da ammirare, da stare i pomeriggi interi a vederlo, a cercare di capire il suo segreto. Come potesse essere così forte era un mistero. E lo resterà per sempre.

Divino. A tal punto da finire al posto del Cristo Redentore, sul Corcovado. Indispensabile. Al punto di essere messo in campo a Parigi quando faticava a stare in piedi. O da essere rispedito in campo a 6 mesi dal primo grave infortunio: la voglia di rivederlo sul terreno di gioco era troppa. E il dolore fu altrettanto grande. “Il 1999 sarà il mio anno, è pieno di 9”. Ecco, la semplicità di Ronaldo. Era il dio del calcio, ma aveva l’animo del bambino. Forse per quello è scappato al Real Madrid, ha tentato con il Milan, si è messo le mani alle orecchie e ha pianto di nuovo. Tutto con leggerezza, tra una lacrima e un sorriso, come un bimbo la cui unica passione era giocare a pallone.

E quel suo tornare in Brasile, giocare con i chili di troppo, segnare il primo gol, aggrapparsi alla rete di un campo di periferia, piangere per un preliminare di Copa Libertadores consegnano alla storia la grandezza e la fragilità di chi è stato il più forte di tutti. Per 59 volte abbiamo avuto la fortuna di esultatare per i suoi gol. Almeno altre mille abbiamo sospirato, dicendo “fenomeno”, ad ogni suo tocco di palla. Due mesi dopo il 5 maggio è salito sul tetto del mondo rispedendo per le strade noi interisti, orgogliosi di indossare la sua maglia. Per poi scappare di notte, e tutto il resto. Impossibile non rimpiangerlo, uno così. Uno con le ginocchia troppo umane per essere un dio. Uno che ha cancellato con l’ultima magia da fenomeno anche l’amarezza nerazzurra per la sconfitta con la Juve. L’ultimo colpo di genio di chi Fenomeno lo è sempre stato.

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INTER-ROMA SU FACEBOOK

7 febbraio 2011

di Luciano Cremona

C’è chi è allo stadio e non può fare a meno di dirlo a tutti i suoi amici. “Sono arrivato, dopo 6 ore di pullman”, scrive un nerazzurro partito da Sassoferrato, nelle Marche. C’è chi invece è davanti alla televisione, e non rinuncia ad usare lo smartphone per annunciare a tutti che: “Non ci sono per nessuno, chiuso per Inter”. “Daje Roma”, “Stasera vinciamo”, “Segna Borriello” sono invece gli status dei tifosi della Roma. Ecco: a San Siro la partita sta per cominciare, ma il popolo di facebook è come se fosse allo stadio.

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Chivu come Rocky

4 febbraio 2011

di Luciano Cremona

Che non l’avrebbe passata liscia, lo sapeva anche lui, fin dal primo momento. Lo sapeva anche Marco Materazzi che infatti è andato da Marco Rossi, appena colpito dal gancio di Chivu, a dirgli: «Stai tranquillo, l’hanno visto tutti, lo puniranno». Ma se la giustizia sportiva non sarà clemente con il romeno dell’Inter, è il popolo di facebook a calcare la mano contro il brutto gesto del giocatore dell’Inter.

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LE FOTO: IL PUGNO DI CHIVU A ROSSI