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MAURI, MILANETTO E LE ROVESCIATE DIMENTICATE

28 maggio 2012

Il suo primo gol in Serie A Stefano Mauri lo segnò in rovesciata. Era il 6 novembre 2002, giocava con la maglia del Modena: si giocava a Bergamo, recupero della prima partita del campionato 2002/2003. Un match incredibile, vinto dagli emiliani per 3-1: ci furono solo gol meravigliosi, quel giorno. Segnò Colucci con un destro all’incrocio, poi segnò Diomansi Kamara, di tacco. Il tre a zero fu proprio di Stefano Mauri: una rovesciata vincente. Poco dopo Dabo chiuse con una punizione capolavoro una delle partite più ricche di gol spettacolari degli ultimi anni. Mauri, con quella rovesciata, mise l’impronta a quella che sarebbe stata una sua caratteristica: centrocampista di qualità, dal gol facile, e dalla rovesciata acrobatica facile. Sono state tante, in questi anni, le reti segnate da Mauri in rovesciata, o comunque in acrobazia. L’ultima quest’anno, contro il Napoli. In totale, 38 gol in Serie A.

In quel Modena giocava anche Omar Milanetto, che in quella stagione segnò cinque gol. Ha sempre sorpreso un po’ tutti, Milanetto, soprattutto nel suo finale di carriera, al Genoa. Tutti lo davano sul viale del tramonto, qualcuno sorrideva sul suo girovita, considerandolo un po’ troppo grasso per sostenere un centrocampo di serie A. E invece Milanetto giocava, dirigeva i compagni e ogni tanto segnava anche gol molto belli. Come quello contro l’Udinese, con un sinistro (il suo piede sordo) di controbalzo dal limite dell’area. L’assist? Di Sculli, ovviamente.

Ecco, quando sento Mauri e Milanetto arrestati per il calcioscommesse, le prime cose che mi vengono in mente sono le rovesciate del primo e i calzettoni abbassati del secondo che calciava così bene. Mi vengono in mente queste cose e penso che, bravi com’erano, non avevano alcun diritto di fare quello che hanno fatto. Anche per loro: le rovesciate e i gol da lontano non se li ricorderà più nessuno. Mauri e Milanetto saranno per sempre quelli del calcioscommesse. Forse, per un calciatore, è la punizione più dura.

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Spettacolo e calci, il magico derby della Lanterna

3 dicembre 2009

Cinquantaquattro falli. Tre espulsi, un palo, due rigori, sei ammoniti, tre gol e risse varie, anche durante le esultanze. Il derby di Genova, in una riga. Se aprite il dizionario e cercate alla voce “derby” vi uscirà: Genoa-Sampdoria 3-0, 28 novembre 2009. Signori, che derby.

I tifosi della Sampdoria malediranno e cercheranno di dimenticare in fretta la partita di sabato scorso, quelli del Genoa invece ancora se la godono. Tre gol tre, gioco spumeggiante anche in inferiorità numerica, accelerazioni da formula uno senza neanche un centravanti in campo. La macchina perfetta di Gasperini è tornata a sgommare nella sera più importante in una città, Genova, che ha regalato come sempre uno spettacolo unico. Come? Troppi falli, troppo cartellini? Fermi, questo è un derby.

Si sono picchiati, e anche forte. Come l’anno scorso. 3-1, tripletta del principe Milito: tre espulsi, dieci ammoniti, risse varie. Non è un bello spot per il calcio? Al contrario. Guardate quanto corre Marco Rossi, capitano del Genoa: lui, che ha trentun anni e che è nato il primo aprile, sguscia come un pesce nella difesa della Samp. Se potesse, entrerebbe pure lui in porta con il pallone.

Ma Cassano non è riuscito a giocare la palla, fallo sistematico. Voi cosa fareste per vincere contro i vostri rivali di una vita? Cosa sareste disposti a fare per avere un girone intero, fino al derby successivo, per potervi bullare tutte le mattine in ufficio, con gli amici, perché Marassi, o qualsiasi altro stadio, è vostro? Certo, Cassano si è spazientito. Non è neanche bello che l’arbitro interrompa il gioco ogni minuto e mezzo. Ma l’altra sera, nella stessa partita, i falli sono stati corredati da corsa, verticalizzazioni e giocate da scuola calcio.

Con un tifo straordinario sugli spalti. Genova è speciale anche per il pubblico. La corsa a fine partita, in mutande sotto la gradinata è una gioia. Palladino, che ha giocato anche nella Juve, ha detto di non essersi mai emozionato tanto. Gli crediamo. Certo, dopo il gol poteva risparmiarsi la mano all’orecchio proprio sotto la curva blucerchiata. Palombo, cuore di capitano, lo voleva strozzare. Ma Palladino non ha resistito: troppo ghiotta l’occasione per scherzare gli avversari. E Palombo non poteva certo tirarsi indietro. D’altronde, è un derby, e quando ormai l’hai perso, devi almeno salvare l’onore. Anche con qualche colpo proibito. È il bello del derby, con tutti i suoi effetti collaterali. Prendere o lasciare. Prendiamo volentieri.