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CAMBIA-SSO, QUANDO MOU FACEVA A MENO DEL CUCHU

14 febbraio 2012

Lo dico subito, senza giri di parole. Questo post è soltanto un tentativo di riflettere su un luogo comune che negli ultimi tempi è sulla bocca di tanti tifosi dell’Inter, e cioè: “Cambiasso è intoccabile, non lo tolgono mai”.

Non è un post contro Cambiasso. Non stiamo certo discutendo un giocatore che all’Inter ha dato tutto se stesso contribuendo alla conquista del mondo. E’ un’analisi. Vediamola.

In questa stagione Cambiasso ha giocato tutte le partite dell’Inter, tutte. Solo in quattro occasioni non è stato in campo per 90 minuti. Anche contro il Novara ha giocato tutta la partita, nonostante Poli avesse dimostrato più freschezza atletica, più passo.

Intoccabile? Forse. Non con Mourinho, per lo meno nell’anno del triplete. Eccolo, il dato: nella stagione 2009/2010 Esteban Cambiasso fu sostituito da Mourinho per ben 14 volte. Solo in tre casi uscì a risultato acquisito. Negli altri 11, l’Inter stava o perdendo o pareggiando. Sì, avete letto bene. Quando l’Inter non andava, quando l’Inter doveva recuperare, quando c’era bisogno di accelerare, rompendo gli schemi, lo Special One non esitava a togliere il Cuchu.

Certo, con Mou Cambiasso era piuttosto bloccato tatticamente, perciò il portoghese sceglieva di togliere l’argentino per inserire solitamente un attaccante.  La mossa funzionò alla perfezione per tre volte: Cambiasso uscì contro il Cagliari (29/09/09) sull’1-0 per i padroni di casa, con l’Inter che vinse poi 2-1. Poi nella famosa partita di Kiev: nerazzurri sotto, Cambiasso restò negli spogliatoi a fine primo tempo e l’Inter vinse 2-1. Stesso risultato e stessa rimonta sulla Juve in Coppa Italia, quando Cambiasso uscì al 62′ con l’Inter sotto 1-0: Lucio e Balotelli regalarono il successo a Mou. Negli altri otto casi, il risultato non cambiò. Ma resta comunque significativo il fatto che Mourinho non esitasse a togliere Cambiasso.

Cosa che Ranieri non fa. Come non fosse possibile effettuare uno sgarbo a questo totem nerazzurro. Ma non si tratterebbe di uno sgarbo. Se l’Inter vuole cambiare passo, ogni tanto dovrebbe provarlo a fare senza il Cuchu.

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FINITI?

17 ottobre 2011

E adesso ci aggrappiamo alla Champions, per allenarci per il campionato. Ho letto quanto ha detto il presidente, ha detto che la Coppa è un’opportunità. Manco fossimo diventati il Palermo. O il Genoa. Ok, non la vinceremo mai la Champions, come probabilmente non vinceremo il campionato. Si lo so, avevo appena scritto che non bisognava mollare, che bisognava ripartire. Che bisognava tornare a crederci. Io, i giocatori, l’ambiente. Poi è arrivato il secondo tempo di Catania. È arrivato anche il quarto rigore contro in sei partite. Ma, soprattutto, la quarta sconfitta su sei in campionato. Moratti ha detto che la classifica è “decisamente” brutta. Se il presidente parla così, significa che anche lui ha capito che siamo in fondo. Fine della corsa, aggiustatore o non aggiustatore, recupero degli infortunati o meno, con o senza Sneijder.

A far crollare l’ottimismo anche al presidente sono alcuni dati di fatto fin troppi evidenti. Nell’anno del triplete l’Inter ha perso solo 4 volte in campionato. Da qui alla fine, Ranieri non dovrebbe più perdere. Il muro difensivo è andato in pezzi: Julio non è più quello di una volta, Samuel è stato fuori un anno e sente il peso degli anni, Lucio prova a fare le follie che due anni fa gli riuscivano ad occhi chiusi (tipo scartare di tacco Drogba) senza però avere le gambe. E così ogni volta con le sue uscite alte, con i suoi interventi scriteriati, fa sì che si aprano voragini. A centrocampo Cambiasso e Zanetti provano a non annegare, Thiago Motta non è mai pervenuto e non sarà la risposta atletica che cerchiamo. Poli è stato preso rotto, si è rotto di nuovo e ci ha già rotto, ancora prima di cominciare. Inutile parlare dei nuovi acquisti, come Jonathan che per fortuna non giocherà mai più, o Alvare. Strapagato per essere lento, informe, inutile. Davanti potremmo quasi arrangiarci, se Forlan non si fosse rotto e se Zarate trasformasse in positivo tutto quello che ha in mente di fare.

Posso e possiamo sperare solo in una cosa: che pian piano Julio torni ad essere superman, che il muro, cancellata dalla testa la difesa a 3, ricominci ad essere insuperabile. Che Motta torni in campo con gamba e voglia, quella che gli permetteva di andare in tackle a recuperare palla al limite dell’area del Barcellona. Che Milito e Pazzini riescano a fare, insieme, i gol che ha fatto l’anno scorso Eto’o, almeno quello. Che Sneijder, rimesso al centro dell’Inter, ricominci a giocare da Pallone d’oro, che non ha vinto, ma quasi. Un po’ di speranza c’è. Al di là del fatto che le energie mentali e fisiche siano quasi finite, c’è una cosa che deve entrare nella testa dei giocatori e che, di colpo, si trasformerebbe in fatti. Noi siamo l’Inter e – pensate – anche con Leonardo, anche quando si andava sotto tutti sapevano che, in un modo o nell’altro, la partita poteva essere ribaltata. Come con il Palermo, con il Cesena, con il Bayern. Insomma, dobbiamo tornare a credere in noi stessi, noi tifosi per primi. Invece di disunirci, di commiserarci, dobbiamo combattere. E che Ranieri ci dia una mano. Magari lasciando Alvarez in tribuna.

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SIAMO NOI

24 Mag 2010

Lo ammetto. Ieri sera ci ho pensato: «E adesso?». Ho aspettato questo mese di maggio per 25 anni: vincere tutto, dominando, lottando, soffrendo. La Coppa in casa della Roma, poi andare a Siena e vincere all’ultimo respiro. Poi vedere il mio capitano che si trasfigura mentre alza la Champions. Abbiamo completato l’opera. Ho pianto tanto, come non mi era mai successo. Avevo pianto tante lacrime amare, ma quello di sabato è stato il pianto più bello della mia vita. Quei ragazzi hanno realizzato i miei sogni, Josè è stato il nostro condottiero. Vedere l’alba a San Siro è stata un’emozione che non mi ha permesso di urlare a squarciagola. Era come se mi stessi guardando da fuori e mi vedevo lì, a due passi dal capitano con in mano la coppa, con il sole che sorgeva, e mi dicevo: “Ecco, questo è il momento”. Ed è stato immenso, bellissimo, forse irripetibile. Ecco, questo è l’unico mio dubbio. Che una gioia così genuina non possa tornare. Che ormai l’apice l’abbiamo raggiunto. Poi mi son concentrato su Cambiasso, che girava con la maglia di Giacinto. Ho guardato il capitano più bello del mondo e ho pensato: “Con questi ragazzi non finirà mai”. Supercoppe, mondiali per club, vogliamo tutto. Ma ormai la storia è scritta: gli immortali siamo noi, sono io che ho pianto, è il capitano che la Coppa se l’è messa in testa perché la voleva da 700 partite.  Non sarà mai solo la gioia di una sera. Perché il momento di una vita è arrivato e me lo porterò dentro per sempre.