Posts Tagged ‘argentina’

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IL CHOLO RICOMINCIA DA CATANIA

19 gennaio 2011

SIMEONE STORY: LE FOTO

A Catania ci pensavano da un po’. La squadra più argentina del campionato doveva essere affidata ad un gringo, a qualcuno di tosto che parlasse la lingua, soprattutto calcistica, di metà squadra. Sì, perché sono 11 gli argentini nella rosa siciliana. E allora Pulvirenti, conclusa la parentesi Giampaolo, ha deciso di puntare su un argentino vero, tosto. Diego Simeone è l’uomo che cercava.

‘Cholo’ per tutti. Un termine azteco, che indica un incrocio di razze. Da Buenos Aires e dal Velez, Simeone sbarcò in Italia nel 1990, portato al Pisa dal mitico Romeo Anconetani. Due stagioni buone che non gli valsero la riconferma nel nostro campionato. Il Cholo, sguardo da duro e tempra da durissimo, andò al Siviglia e poi a fare le fortune dell’Atletico Madrid. La doppietta Liga-Coppa del Re del ’96 resta tra i suoi capolavori: palloni su palloni recuperati. E gol: tanti, importanti. Come quelli segnati con l’Inter di Simoni. Il Cholo diventò presto il trascinatore di una squadra che i tifosi nerazzurri non dimenticheranno mai. Con Ronaldo, Djorkaeff, Moriero e Zamorano, Simeone si prese la Coppa Uefa. Con sigilli fondamentali come quello nella storica rimonta con lo Strasburgo.

Ha sempre avuto tanto cuore, Diego Pablo. Quando Simoni era in bilico, fece tutto il campo per andare ad abbracciarlo dopo il gol del pareggio con lo Spartak Mosca, in Champions. Si sentiva già dalla parte di chi allenava. Poi spuntarono l’affare Vieri, presunti dissidi con Ronaldo. Il Cholo fece le valigie, destinazione Lazio. Non servì ambientamento, diventò subito il riferimento, la pedina fondamentale. Marcello Lippi, in uno dei suoi rari momenti di autocritica, confessò: «Abbiamo fatto male a lasciarlo partire». Arrivò lo scudetto (e la Coppa Italia e la Supercoppa), condito da reti più che pesanti: alla Juve ricordano ancora il suo colpo di spalla, letale e decisivo. Ma il cuore di Simeone è sempre stato nerazzurro: quando segnò contro l’Inter il 5 maggio, scoppiò a piangere. Mani in faccia come a dire: «Cos’ho fatto?».

Ma Simeone non si è mai tirato indietro. Gli infortuni non lo hanno fermato: il ritorno a Madrid, poi la chiusura al Racing di Avellaneda. Dove cominciò la sua carriera in panchina. Inevitabile, per un condottiero come lui. Non poteva andare diversamente. E non poteva che essere lui a riportare l’Estudiantes in cima al campionato. Quel 13 dicembre 2006, quello spareggio contro il Boca, quel gol di Pavone, l’esultanza di Veron. Tutto sembrava impossibile e invece l’Estudiantes vinse l’Apertura, 23 anni dopo l’ultimo titolo. Il Cholo aveva deciso, ancora una volta. E anche al River non fallì, con il Clausura 2008. Poi il momento no: le dimissioni, l’esperienza al San Lorenzo. La panchina della nazionale solo sfiorata. È rientrato in gioco quando Benitez traballava. Sembrava poter essere l’uomo giusto per dare la scossa. D’altronde, nel 2009 sbarcò ad Appiano Gentile, dove rimase qualche giorno per studiare i metodi di allenamento di Josè Mourinho. Troppo forte il legame con i nerazzurri e troppa la voglia di imparare, di migliorare.

Non poteva avere occasione migliore del Catania, Simeone. Una squadra che più argentina non si può. Una piazza che può ricordare, per calore, quelle del campionato sudamericano. Dopo Toschak, i siciliani tornano ad avere un allenatore straniero. E, dopo Zenga, torna un interista. «Sfonda chi vive e conosce ogni angolo di questo magnifico mondo», ha detto Simeone. Eccolo, il Cholo. Il duro, pronto ad ogni sfida, che Pulvirenti cercava.

SIMEONE STORY: LE FOTO

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Un trattamento poco Gentile: “Io, che annullai Maradona”

31 ottobre 2010

“Claudio, Maradona lo marchi tu. A uomo”. Mondiale ’82, Spagna. Enzo Bearzot, a tre giorni da Italia-Argentina, prese in disparte quel terzino baffone, 29 enne, affidandogli la marcatura del più forte giocatore del mondo.

Gentile, come ci si prepara a marcare il migliore di tutti?
“Mi feci dare le cassette e mi misi a studiare Maradona. Ci avevamo già giocato contro, nel 79’, e Diego si era procurato un rigore. Ho rivisto quella partita e mi sono guardato anche le loro gare di qualificazione, studiando tutti i suoi movimenti”.

Guardando quei video, cosa capì?
“Che Maradona non doveva ricevere palla. Bisognava impedergli di prendere il pallone”.

Cosa che lei riuscì a fare al meglio durante la partita del Sarrià.
“Sì, modestamente quel giorno feci un’impresa. Annullai Maradona”.

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HASTA LA DERROTA, DIEGO

27 luglio 2010

No Diego, non la alzerai più. Non ha funzionato, non è bastato essere stato il più grande di sempre. Non è bastato perché, Diego, hai voluto fare i numeri anche da allenatore. Il problema? Che tu, un allenatore, non lo sei, e non lo sarai mai. I ct sono dei selezionatori? Certo, ma poi quando prendi quattro sberle dalla Germania, ti accorgi che devi anche essere un allenatore per vincere le partite.

Che di sberle, poi, ne avevi prese addirittura sei dalla Bolivia. Leggo la formazione: Carrizo; Zanetti, Demichelis, Heinze, Papa; Lucho Gonzales (Angeleri), Gago, Mascherano, Maxi Rodriguez (Di Maria); Tevez (Montenegro), Messi. Al mondiale ci sei andato senza Zanetti, senza Cambiasso. Ne hai cambiato cinque, da quella batosta, ma non era abbastanza. Clemente Rodriguez, unico terzino di ruolo, non è mai sceso in campo. Eppure hai giocato con il 4-3-3, Diego. Ti sei convinto che sarebbe bastato il cuore e la “garra” per vincere. Ti sei convinto che per diventare immortali bastasse un Martin Palermo, il tuo uomo del destino in Perù. I tuoi tuffi sull’erba, sotto la tormenta, la vostra gioia: sembrava che il calcio, come sempre, fosse dalla tua parte, Diego.

Hai scelto i tuoi uomini come discepoli. Tutti loro pendevano dalle tue labbra, e credo fossero pronti a buttarsi nel fuoco come i soldati nerazzurri di Mourinho. Ha detto a Messi: “Spero che diventerai più grande di me“. Ma tanti storcevano il naso, in Argentina. Leo, quando giocava le partite di qualificazione, sembrava un pesce fuor d’acqua. “Non ha l’Argentina nel sangue, è un europeo”, la critica di tanti. E perciò al Mondiale ci sono andati Garcé e Bolatti invece che Zanetti e Cambiasso. Milito, il bomber più decisivo del mondo, è rimasto a guardare. Ha guardato Higuain spegnersi davanti a Friedrich. Ha visto Messi scomparire, fantasma di se stesso, dannoso per la squadra, inadatto a trascinare.

Sei passato dal “Que la chupen” al vestito da prima comunione, senza accorgerti che nella struttura della squadra mancava un compagno di reparto per Mascherano e un regista offensivo. Presentarsi contro i tedeschi, solidi e veloci, con Maxi Rodriguez volante con capitan Mascherano è stata la mossa da suicidio. Non ti hanno riconfermato, Diego. Nonostante tu sia stato il migliore di tutti i tempi, sul campo. Però, il tuo genio nasce dai piedi, che non dovevano ragionare per creare meraviglie. Una volta al di là dalla riga bianca, quella laterale, le tue qualità si sono ridotte all’entusiasmo e alla grinta trasmessa. Ti è mancata la tattica, la scelta degli uomini al posto giusto, l’intelligenza di non sentirsi perfetto. Non è colpa tua, Diego. Il tuo l’avevi già fatto, non dovevi dimostrare niente. Vincere anche da ct sarebbe stato più che leggendario. Ma la leggenda non poteva passare dai piedi di Martin Palermo. Né, a quanto pare, da quelli di Messi.

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PIANGI, ARGENTINA. LA GERMANIA E’ IMMENSA

3 luglio 2010

Piangi Argentina. Piangi perché Messi non è Maradona. E Diego è più utile in campo che in panchina. C’è troppa, troppa Germania a Città del Capo. Una Germania da spellarsi le mani, tanto sono bravi quei ragazzi in maglia nera che affondano Messi e compagni con un 4-0 che avvisa tutto il mondo: i favoriti, adesso, sono gli uomini di Low. Che lezione.

Schweinsteiger fa il Messi, Klose non sbaglia un colpo, Ozil vede il calcio del futuro, Muller è un dilettante che è diventato grande e rischia di diventare grandissimo. Dov’è l’Argentina in tutto questo? Non c’è. Semplicemente assente. In ritardo sui palloni, a corto di idee e di giocate per colpa di un centrocampo che vede un esterno, Maxi Rodriguez, fare quello che avrebbe dovuto fare Cambiasso. Higuain scompare, solo Tevez e Di Maria hanno il passo per fare male. Invece Messi è ingabbiato, triste e scontato nelle sue giocate, sempre strozzate.

Ci mette solo tre minuti la Germania a mettersi sul treno della semifinale. Muller di testa su invito di Schweinsteiger mette in ginocchio una squadra senza difesa, che paga l’assenza di Samuel ma soprattutto la presenza di Demichelis, davvero disastroso. Otamendi poi è totalmente inadeguato, mentre Boateng, dalla parte opposta, è l’ultimo a mettere la museruola a Messi. Una prestazione da maestro. Né Higuain né Tevez riescono davvero a stuzzicare Neuer.

Succede poi che al 60’ la Germania sembra stanca e sul punto di mollare. E invece arriva la dimostrazione che le scelte di Maradona non potevano essere quelle giuste. Il centrocampo affonda, e la difesa non può reggere. Così Schweinsteiger dirige l’orchestra da campione assoluto. I gol di Friedrich e la doppietta di Klose sotterrano i sogni di un paese che credeva nel suo dio del calcio a occhi chiusi. Poi sono arrivati i terribili tedeschi a svegliare l’Argentina da un sogno impossibile.

Neuer 6,5 – Sicurezza, anche se gli sfuggono un paio di palloni innocui. Non deve fare miracoli.

Lahm 7 – Prendetelo, se riuscite. Heinze non lo prende mai, duello impari.

Mertesacker 6,5 – Colonna senza sudare, imbriglia Higuain e non gli concede niente.

Freidrich 7 – Festeggia il trasferimento al Wolfsburg con il gol del 3-0. Dietro, non soffre.

Boateng 7,5 – Imperioso su Messi, impeccabile, sicuro, sembra un veterano. Partita perfetta.

Khedira 6,5 – Senza apparire, ma con sostanza. Alla lunga il suo lavoro è prezioso.

Schweinsteiger 9 – Semplicemente divino. La sostanza unita alla qualità, gli assist e i salvataggi, canta e porta la croce. Si veste da Messi e va via in serpentina, poi torna e chiude ogni spazio. Immenso.

Podolski 7,5 – Non segna, ma quanto corre. Come sempre fondamentale nell’economia dei successi tedeschi. Suo l’assist del 3-0.

Muller 8,5 – Gol, meraviglie varie, come l’assist da terra. Il giallo, eccessivo, gli toglierà la semifinale. Un’assenza pesante.

Ozil 8,5 – Il calcio lui lo vede prima. Verticalizza, scappa, dribbla, serve assist deliziosi. È già tra i migliori del mondo.

Klose 8,5 – Quattordicesimo gol ai mondiali, come Gerd Muller, ad uno solo da Ronaldo. Un finalizzatore perfetto per la macchina di Low.

Kroos, Jansen e Trochowsky sv

Romero 5 – Gatto di marmo sul primo gol, poi è il primo ad affondare, senza un guizzo.

Otamendi 4 – Ci si chiede perché sia lì, a combinare disastri, a farsi saltare di continuo, a perdere Muller dopo 3 minuti.

Demichelis 4 – La Champions non ha portato buoni consigli a Maradona. Proporlo perno della difesa è una mossa suicida.

Burdisso 5 – Almeno lotta, almeno atleticamente tiene il passo.

Heinze 5 – Niente di buono, saltato con continuità da Lahm, sempre in difficoltà.

Mascherano 5 – Capitano che scompare, sopraffatto dalla rapidità tedesca. Non ha una spalla, e si sente.

Maxi Rodriguez 4,5 – Perché è lì al centro del campo ad organizzare il gioco, lui che è un’ala?

Tevez 6 – Non gli si può imputare mancanza di grinta: almeno ci prova.

Di Maria 6 – L’unico a calciare in porta, l’unico a cercare uno spunto positivo.

Messi 4 – Imbrigliato, accerchiato. Eppure insiste nel partire palla tra i piedi, infrangendosi sui tedeschi. Non combina niente di buono e sembra anche non avere il carattere per reagire.

Higuain 4,5 – Ogni confronto con Milito diventa ingeneroso. Ma non è solo colpa sua.

Pastore 6 – Meritava più minuti, mette in mostra classe e sfrontatezza.

Aguero sv

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HIGUAIN, IL VERO TESORO DEL REAL

22 marzo 2010

Nel giorno in cui il mondo si accorge di Romelù Lukaku (attaccante 16enne, capocannoniere in Belgio con l’Anderlecht), che grazie a Football Manager ho già avuto modo di conoscere (e ve ne parlerò), mi piace esaltare il giocatore del Real Madrid che ha il tasso più alto di sottovalutazione assoluta. Ora, guardate questo video:

Visto l’accelerazione? Ecco. Questo gol è il manifesto di Gonzalo Higuain. Accelerazioni fulminanti e buon calcio. Nel Real galacticos quest’anno ha segnato quanto C.Ronaldo. Ventidue gol stagionali, due in Champions, dove però pesa quel palo a porta vuota nel ritorno con il Lione. Ma di questi 22 gol, il bello è qui: 11 di destro, 10 di sinistro e uno di testa. Ok, non sarà un fenomeno sulle palle alte. Ma segnare sia di destro che di sinistro è una caratteristica oramai in estinzione tra gli attaccanti europei. Tempi andati quelli di Ronaldo (il Fenomeno), praticamente ambidestro. Non sapere da che parte chiudere, per un difensore, è un bel problema. Se ci si aggiunge la velocità di base di Higuain unita ad una tecnica e a un dribbling davvero di alta qualità si ottiene il centravanti moderno. Certo, Football Manager lo dipingeva com “il nuovo Trezeguet”, forse perché è franco-argentino. In realtà, in questi tre anni a Madrid, “El Pipita” ha messo in mostra qualità tecniche ben diverse. Maradona sa di avere a disposizione un’arma formidabile. Non capisco invece se il Real si sia reso conto della forza dell’attaccante argentino: a giudicare dall’acquisto di Benzema, beh, la fiducia non era proprio alle stelle. Il francese è fermo per infortunio, ma Higuain – che è coetaneo di Benzema, entrambi nati nel dicembre dell’87 – al Realci è arrivato nel 2007. Con un impatto decisamente migliore.

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MICHAEL, LASSÙ QUALCUNO TI ODIA

5 marzo 2010

Un fulmine aveva illuminato Saint Etienne. 30 giugno 1998, dodici anni fa. Inghilterra e Argentina, minuto sedici, già 1-1: Batistuta e Shearer, i marcatori. Poi Ince recupera una palla, la serve a Beckham, che allunga con il suo destro morbido. Micheal, nemmeno diciannovenne, si porta avanti la palla con il tacco esterno destro. Chamot lo insegue, ma non gli sta dietro. È una volata verso l’area di rigore, dove come un vigile, c’è Ayala impalato, che intima l’alt. Michael sposta la palla sulla destra, poi calcia e batte Roa. Un paese, una nazione, il calcio lo dicono subito: eccolo, Owen è il Wonder Boy.

Poi l’Inghilterra uscì ai rigori, stregata da quel Roa che sarebbe di lì a poco finito a fare il monaco. Owen arrivava da una stagione super, ed era solo la sua seconda in Premier League: sempre in doppia cifra. Poi arriva la Stagione 2001. A Liverpool devono ingrandire la bacheca: cinque trofei in un anno. Owen naturalmente è il protagonista, 24 gol stagionali. Talmente protagonista che a dicembre è lì, sulla copertina di France Football, con il pallone d’oro in mano. Il secondo più giovane di sempre (21 anni e 11 mesi), dietro a Ronaldo.

Al top così giovane, non sempre è un bene. Perché poi arrivano gli infortuni, i trasferimenti sbagliati, le sfortune. Al Liverpool rimane fino al 2004: 297 partite e 158 gol. Con otto milioni di sterline il Real se lo assicura. 35 partite, 13 gol, accoglienza fredda, rinascita sfumata. In un amen tutti dicono: «Non è più l’Owen di una volta». Michael si trova a convivere con i fantasmi del suo passato. Tornerà più la gloria? L’Inghilterra intanto si aggrappa sempre ai suoi gol e a quelli del suo erede, che l’ha già superato: Wayne Rooney.

Michael prova a riciclarsi: sì, proprio così, il Wonder e Golden Boy deve conquistarsi un posto. Va al Newcastle, ma un infortunio lo blocca. Gioca undici partite, abbastanza per andare ai Mondiali 2006: due partite, zero gol. Poi, alla terza, bastano 51 secondi per stroncargli il sogno di tornare grande. Il crociato anteriore si spezza, il ginocchio fa una torsione innaturale. Si accascia così, lungo la linea laterale, un ex pallone d’oro e un ex campione. La risalita è faticosa, il Newcastle non è certo il posto dove si esprime il calcio più bello. E infatti arriva la macchia della retrocessione, che non andrà mai via.

Poi, quest’estate, arriva quella chiamata di Sir Alex che aveva bisogno dell’Ole Gunnar Solskjaer della situazione. Owen arriva, carico di cicatrici, esperienza e di gol. Si adegua, parte dalla panchina, fa fruttare i pochi minuti che gli vengono concessi. E segna nove gol. Fino a sabato. Finale di Carling Cup. Michael il Manchester va sotto, Michael si fa male, esce. Entra Rooney, che segna il gol della vittoria. Il passaggio di consegne è definitivo. Il mondiale di Owen – mai convocato da Capello – non inizierà nemmeno. Sarà il mondiale di Wayne. A Michael non resterà che rimanere a casa a curarsi le ferite e a lucidare quel pallone d’oro che proprio Wayne-da-Liverpool potrebbe aggiungere alla sua bacheca.