Archive for the ‘calciofilia’ Category

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Il calcio raccontato dalla filatelia

13 febbraio 2013

01La filatelia, il collezionismo dei francobolli, racconta da più di 160 anni la storia del nostro paese. In più di un’occasione questa è passata anche per un gol, una vittoria o un’impresa calcistica e ogni volta c’erano i francobolli a raccontarla. Dal 1987 al 2012 la filatelia ad esempio ha commemorato di anno in anno la squadra vincitrice dello scudetto, dal Napoli di Maradona nel 1987 fino alla Juventus di Conte nel 2012, il cui francobollo rende omaggio allo Juventus Stadium. 02

 

Ma un’importanza fondamentale nei rapporti tra calcio e filatelia la riveste quello che è l’evento calcistico per eccellenza, ovvero i Mondiali. Ed è proprio in occasione di essi che nel 1934 l’Istituto Poligrafico italiano dedica un’intera serie di 9 valori (5 di posta ordinaria e 4 di posta aerea) alle gesta atletiche fondamentali: il dribbling, il tiro, la parata. In tre valori della posta aerea venivano anche rappresentati degli idrovolanti dell’Aeronautica che sorvolano gli stadi di Torino, Firenze e Bologna. Questi Campionati furono ospitati e vinti proprio dall’Italia, che con l’organizzazione dell’evento voleva promuovere la propria immagine nel mondo.

03Ma anche le vittorie del 1982 e del 2006 sono state celebrate sui francobolli: in entrambe le occasioni venne dipinta la Coppa, la prima volta sollevata dalle mani del nostro portiere e capitano Dino Zoff, la seconda volta sollevata da Fabio Cannavaro di sfondo ad una bandiera tricolore. Quest’ultimo valore è stato stampato in minifogli da 12 francobolli ciascuno.

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Anche nel 1990 i Campionati del Mondo furono ospitati dall’Italia, ed in quell’occasione con la filatelia si decise di ricordare ciascuna delle rappresentative nazionali in gara: erano 24 e ciascuna di esse ricevette un francobollo con lo stemma ed i colori della maglia. Come se non bastasse, all’interno della stessa serie si inserirono anche 12 valori dedicati agli stadi italiani che ospitarono la partite. In totale furono 36 francobolli, la più ampia serie filatelica della storia, stampati anch’essi in foglietti da 6 ciascuno.
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CIAO WES, INSIEME SIAMO STATI GRANDI

21 gennaio 2013

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Quel venerdì 28 agosto 2009 faceva piuttosto caldo. E io, caro Wesley, ero lì con gli altri giornalisti ad aspettarti, ad Appiano. Ce la ricordiamo tutti, quella conferenza stampa. L’abito estivo, Mourinho in maniche corte e abbronzato, Oriali che ti tiene la maglia numero 10 (sedotta e abbandonata da Ibra, negata a Balotelli), Branca che sta un po’ defilato.

Mentre pronunciavi le classiche parole che stai già dedicando alla tua nuova squadra (“Sono arrivato in un team grandioso”, “[NOME ALLENATORE] è uno dei più bravi del mondo”) è successa una cosa che, alla lunga è stato più che un segnale. Mentre stavi parlando e tutti pendevamo dalle tue labbra nella sala stampa di Appiano, da una porta laterale è entrata lei, Yolanthe. Indossava un vestitino estivo colorato e tutti, me compreso, ci siamo distratti per ben più di tre secondi, nel vederla sfilare e accomodarsi in una delle poltroncine laterali, mentre ti guardava e scattava foto con una compatta.

Non so gli altri e non me ne voglia la mia ragazza, ma raramente, forse mai, avevo e ho visto dal vivo una donna tanto bella. Non la conoscevamo bene ancora, Yolanthe. Mentre adesso che sei già a Istanbul sappiamo che al Gala abbiamo spedito Sneijder e Yolanthe, come se anche lei fosse un pezzo di Inter. Come quando Julio Cesar la scorsa estate è partito per Londra e, giorno per giorno, siamo stati aggiornati ed emozionati dai tweet di Suzana. Un anno dopo quella conferenza stampa tu e Yolanthe vi siete sposati, in una cerimonia celebrata dal prete più interista che abbia mai conosciuto, don Luigi, che ogni volta che incrociavo da piccolo mi parlava sempre e solo dell’Inter.

Il giorno dopo quella conferenza stampa eri già in campo, nel derby: 4-0, una tua prova super. La prima prova generale delle prove da triplete. Di quella stagione fantastica ci sono momenti che ci porteremo dentro per sempre:  il primo fu il gol all’Udinese, a tempo scaduto, un 2-1 che ci mandò fuori di testa. Era il segnale di una stagione da vivere a tutta, fino all’ultimo. E allora via, con la doppietta con il Siena, il gol a Kiev che è uno dei pezzi più grossi della Champions, l’assist a Eto’o a Londra contro il Chelsea, il gol ai quarti su punizione con il Cska, il gol al Barcellona a San Siro che diede il via ad una delle più grandi partite della storia dell’Inter (oltre all’assist per Milito per il 3-1). Poi Madrid, quell’assist perfetto al Principe per l’1-0, il gol fallito poco prima, una prova da campione.

Forse la tua ruota ha iniziato a girare all’indietro in quella maledetta finale del Mondiale. Avevi già fatto 5 gol e eliminato il Brasile con una doppietta, quando sullo 0-0 hai messo in porta Robben. La storia sarebbe cambiata, Robben ha fallito, l’Olanda ha perso, tu non hai vinto il pallone d’oro. Sei tornato un po’ più scarico, ci hai aiutato a battere il Bayern a Monaco, hai alternato prove buone a lunghe pause. Ci lasci con un po’ di amaro per come è stata gestita la situazione, con i tweet a volte dolci a volte amari della tua bella Yolanthe. In una delle tue ultime partite con noi, di fronte ad un San Siro che mugugnava, hai guardato la tribuna: “fischiate, fischiate…”. I segnali di insofferenza c’erano. Ma mai come adesso ci sarebbe servito uno come te. Uno che ragiona in verticale, uno con i tuoi tempi di gioco ed i tuoi piedi. L’hanno già scritto tutti: ciao, addio, ci mancherai, non ci mancherai, ci servivi, non ci servivi.  Io ti dico solo grazie Wes. Magari non sei il più grande interista sulla faccia della terra, anzi non ci sono dubbi. Ma anche grazie a te l’Inter è diventata grande.

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12.12.12. IL NUMERO CHE NON MI PIACE MA CHE HA FATTO LA STORIA

12 dicembre 2012

urlNon mi è mai piaciuto il numero 12. Forse perché faccio il portiere da quando ho sette anni e ho sempre avuto una certa allergia alla panchina, allo stare fuori. Non ho mai giocato con il 12. E siccome non ho mai giocato in un campionato importante, ho praticamente sempre giocato castutilloon l’1, da titolare.  Sono cresciuto con la consapevolezza che il 12 fosse il numero della riserva, di quello che non giocava mai. Anche se magari era simpatico. Ad esempio: Astutillo Malgioglio. Lo trovavo sempre nelle figurine, aveva quei baffoni indimenticabili e una faccia simpatica. Non mi ricordo una sola partita di Astutillo, ma era come se lo conoscessi da una vita. Era il 12 perché davanti a lui c’era il più forte, il mio preferito, quello che ho più amato. Walter Zenga.

Poi qualcosa è cambiato. Non solo la numerazione, non più vincolata al classico 1-1. Il portiere titolare, una delle poche certezze nel calcio, ha continuato a indossare l’1. Fino a quando sono arrivati quei due brasiliani mezzi sconosciuti. Dida e Julio Cesar. Arrivati sconosciuti, appunto, si sono imposti fregando i numeri 1 delle milanesi. Toldo, ad esempio, ha assistito dalla panchina alla scalata internazionale di Julio, senza peraltro mollargli l’1. Il titolare era Julio Cesar, ma l’1 stava in panchina. A pensarci, ancora oggi, mi fa davvero una strana sensazione pensare che tutti i più bei miracoli di Julione, compresa la parata su Messi, o quella su Robben in finale di Champions, siano stati compiuti con il 12 sulle spalle. Poi, una volta ritirato ToldOne, Julio si è assicurato subito l’1. La magia, però, era come se la fosse portata via quel numero 12. Non che con l’1 Julio sia peggiorato, sia chiaro. Ma il meglio l’ha dato con il 12 sulle spalle. Ora, per dire, al Qpr gioca con il 33.

Oggi il 12 dell’Inter è Castellazzi. Bontà sua, Strama gli sta preferendo Belec come secondo. Non che Castellazzi non sia un buon portiere, ma diciamo che la sua esperienza all’Inter non è poi molto fortunata, con una media di gol presi piuttosto imbarazzante. Il vero 12 da rimpiangere è stato, senza dubbio, Alberto, detto Jimmy, Fontana. Quattro stagioni (dal 2001 al 2005) con 24 presenze ricche di miracoli. Un piccolo grande fenomeno, tanto che a tratti diventò quasi titolare. Nella giornata del 12, che non amo, preferisco ricordare lui piuttosto che i tanti, come Giovinco (ma anche Henry), che ora lo usano pur essendo giocatori di movimento. Preferisco parlare dei veri 12, quelli che stanno nell’ombra e poi devono essere pronti, a non sbagliare, oppure ad entrare giusto per farsi infilare da un rigore. Senza tralasciare il fatto che il 12 è anche il numero dei tifosi, delle curve, di quel famoso dodicesimo uomo in campo che ti fa correre un po’ più forte. In un calcio in cui Giovinco gioca con il 12 e Napoleoni (centrocampista del Levadiakos) gioca con l’1, non riesco a non pensare che un numero 12 ha scritto un pezzo di storia del calcio moderno.

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MAURI, MILANETTO E LE ROVESCIATE DIMENTICATE

28 maggio 2012

Il suo primo gol in Serie A Stefano Mauri lo segnò in rovesciata. Era il 6 novembre 2002, giocava con la maglia del Modena: si giocava a Bergamo, recupero della prima partita del campionato 2002/2003. Un match incredibile, vinto dagli emiliani per 3-1: ci furono solo gol meravigliosi, quel giorno. Segnò Colucci con un destro all’incrocio, poi segnò Diomansi Kamara, di tacco. Il tre a zero fu proprio di Stefano Mauri: una rovesciata vincente. Poco dopo Dabo chiuse con una punizione capolavoro una delle partite più ricche di gol spettacolari degli ultimi anni. Mauri, con quella rovesciata, mise l’impronta a quella che sarebbe stata una sua caratteristica: centrocampista di qualità, dal gol facile, e dalla rovesciata acrobatica facile. Sono state tante, in questi anni, le reti segnate da Mauri in rovesciata, o comunque in acrobazia. L’ultima quest’anno, contro il Napoli. In totale, 38 gol in Serie A.

In quel Modena giocava anche Omar Milanetto, che in quella stagione segnò cinque gol. Ha sempre sorpreso un po’ tutti, Milanetto, soprattutto nel suo finale di carriera, al Genoa. Tutti lo davano sul viale del tramonto, qualcuno sorrideva sul suo girovita, considerandolo un po’ troppo grasso per sostenere un centrocampo di serie A. E invece Milanetto giocava, dirigeva i compagni e ogni tanto segnava anche gol molto belli. Come quello contro l’Udinese, con un sinistro (il suo piede sordo) di controbalzo dal limite dell’area. L’assist? Di Sculli, ovviamente.

Ecco, quando sento Mauri e Milanetto arrestati per il calcioscommesse, le prime cose che mi vengono in mente sono le rovesciate del primo e i calzettoni abbassati del secondo che calciava così bene. Mi vengono in mente queste cose e penso che, bravi com’erano, non avevano alcun diritto di fare quello che hanno fatto. Anche per loro: le rovesciate e i gol da lontano non se li ricorderà più nessuno. Mauri e Milanetto saranno per sempre quelli del calcioscommesse. Forse, per un calciatore, è la punizione più dura.

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Coca Cola Euro 2012

18 aprile 2012

È vero, forse certi momenti difficilmente torneranno. Non so se il Circo Massimo si riempirebbe di nuovo, come nel 2006. Non so se ha nemmeno senso parlare di una possibile vittoria della nazionale, e se vincere un Europeo, 6 anni dopo un Mondiale, avrebbe la stessa risonanza nell’animo della gente di quando Grosso ci fece trionfare in Germania. Quindi non so quanti tifosi azzurri sarebbero disposti a qualcosa, pur di vedere l’Italia di Prandelli sul tetto d’Europa. Eppure di motivi ce ne sono: a chi sta antipatico Lippi, vedere un’altra faccia alzare un trofeo (che manca dal 1968!) non dispiacerebbe di certo; a chi non ne può più della Spagna e degli spagnoli, si divertirebbe vedere quali scuse cercherebbero per giustificare una loro non vittoria; a chi pensa che gli inglesi abbiano inventato il calcio, non vedrebbe l’ora di sbeffeggiarli, di nuovo.

Di motivi, insomma, ce ne sono. Tanti e buoni. Cosa sarei disposto a fare io? Non ci ho ancora pensato, forse potrei comprare la maglia dell’Italia: l’ultima che ho acquistato è quella del Mondiale di Corea e Giappone. Di sicuro, se volete iniziare ad allenarvi per quanto riguarda esultanze sfrenate, follie varie e proposte pazze affinché la vostra nazione vinca l’Europeo, non dovrete far altro che andare sul sito della Coca Cola. Qui, entrando nella sezione “Tutti pazzi per il calcio”, potrete iniziare il vostro folle avvicinamento ad Euro 2012 giocando online con i tifosi di tutta Europa. Magari, qualcuno di voi, farà la fine dei personaggi del video: è insomma, una sfida a chi diventa più folle per il pallone. Cosa si vince? Il premio per i più matti sono i biglietti per la finale di Kiev. Per tanti altri ci sono le crazy T-Shirt e i palloni Adidas.

 
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GIOCARE CONTRO IL PAMPA SOSA

18 aprile 2012

Non avevo mai giocato contro un giocatore di Serie A. Ok, Roberto Sosa si è ritirato dall’attività e in carriera non è stato certo un fuoriclasse del pallone. Ma è pur sempre un attaccante che nella stagione 2000-2001, con l’Udinese, ha segnato 15 gol in 29 partite. E che a Napoli ha mandato fuori di testa un sacco di tifosi.

Ecco, stamattina me lo sono trovato di fronte, su un campo di calcio a 8. Giocava contro di me, con la maglia rossa del Catania di Spolli. Con lui, un suo amico argentino, tutto mancino, che indossava la maglia rossa del Napoli “Sosa 9”. Ero già un po’ confuso. Ed ero tremendamente curioso di sapere se un tiro di Sosa mi avrebbe spedito al pronto soccorso.

Il primo pallone che ha toccato l’ha calciato, di destro, rasoterra, centrale, male. Un passaggio che ho parato facilmente. La seconda palla che ha potuto giocare, mi ha infilato: protezione del pallone, sinistro rasoterra prendendomi il tempo, dal limite dell’area. Ho subito capito qual è la differenza tra un Calciatore e tutti noi che ogni sabato calchiamo i campi minori o minorissimi. Ai Calciatori, queste cose vengono naturali. Non ha dovuto impegnarsi per calciare così, l’ha fatto e basta.

È iniziata così la nostra personale sfida, perché io giocavo in una squadra che correva di più mentre Sosa era l’unico, ovviamente, riferimento, in una squadra che faticava ad accompagnarlo. L’ho anticipato in un’uscita un paio di volte: la prima, uscendo alto con il pugno, e beccandomi una scarpata, con annesso “Scusa, non guardo” (spero intendesse “non ho visto”); l’altra, su una palla rasoterra fuori dall’area, mi son permesso di anticiparlo con un tocco sotto controllato.

Ovviamente mi ha castigato. Prima ha provato a sfondare il palo, da vicino. Poi ha iniziato a bucarmi, con insistenza, di testa. La partita è finita 9-9: il Pampa ha segnato 8 gol, di cui 5 di testa. Immarcabile quando prende posizione, era impossibile uscirgli addosso o sulla testa, con cui riesce a dare una forza al pallone davvero inspiegabile. In uno dei suoi colpi di testa vincenti, sembrava avesse calciato di piede.

Qualche soddisfazione me la sono tolta: quando ha provato a segnarmi da centrocampo, ad esempio. Ero al limite dell’area e ho rinculato, salvandomi miracolosamente. O anche in molti tentativi da fuori area, in cui mi sono sentito, per un pochino, un po’ bravo.

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“The Chance” by Nike: la scelta di Materazzi

22 marzo 2012

Allenarsi anche un solo giorno nella “cantera” del Barcellona è il sogno di tutti quelli che vogliono diventare calciatori. Pensare di potercela fare, spesso, più che un sogno, sembra un miraggio. Ma ora, l’opportunità c’è. Non solo di allenarsi in Catalogna, ma anche di essere visto, scelto, notato. Di essere messo sotto contratto. Di diventare un calciatore professionista. È Nike a dare questa possibilità: The Chance, appunto: una ricerca di giocatori in tutto il mondo, una selezione dei “non-pro” più talentuosi. Con l’obiettivo di lanciarli nell’elite mondiale.

Ascoltate le parole di Marco Materazzi. Leggete quello che ha detto Pep Guardiola: “È l’occasione per mostrare il proprio talento. Ma è solo per i calciatori che amano con passione il calcio, per chi vuole realizzare il proprio sogno”. E allora, ecco come si fa.

Attraverso la pagina Facebook di Nike, basta iscriversi, individualmente o con la propria squadra, all’app The Chance. I talent scout di Nike sceglieranno le squadre da andare a visionare. La selezione fornirà al progetto 100 giocatori, provenienti da 55 paesi. Per questi talenti selezionati, ecco che si apre la strada del sogno: per loro, la fase finale si svolgerà a Barcellona. Ne rimarranno 16. Che inizieranno un tour di quattro settimane, in cui sfideranno le migliori squadre giovanili d’Europa. Saranno seguiti da team di esperti e tecnici altamente qualificati. Per tutti, la speranza è di replicare la fortunata storia di Seon Min Moon. Fu scelto nel programma The Chance 2010, ora ha un contratto nella squadra svedese dell’Ostersunds. Insomma, sognare non costa nulla. Basta provare a mettere in mostra il proprio talento.

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