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MICHAEL, LASSÙ QUALCUNO TI ODIA

5 marzo 2010

Un fulmine aveva illuminato Saint Etienne. 30 giugno 1998, dodici anni fa. Inghilterra e Argentina, minuto sedici, già 1-1: Batistuta e Shearer, i marcatori. Poi Ince recupera una palla, la serve a Beckham, che allunga con il suo destro morbido. Micheal, nemmeno diciannovenne, si porta avanti la palla con il tacco esterno destro. Chamot lo insegue, ma non gli sta dietro. È una volata verso l’area di rigore, dove come un vigile, c’è Ayala impalato, che intima l’alt. Michael sposta la palla sulla destra, poi calcia e batte Roa. Un paese, una nazione, il calcio lo dicono subito: eccolo, Owen è il Wonder Boy.

Poi l’Inghilterra uscì ai rigori, stregata da quel Roa che sarebbe di lì a poco finito a fare il monaco. Owen arrivava da una stagione super, ed era solo la sua seconda in Premier League: sempre in doppia cifra. Poi arriva la Stagione 2001. A Liverpool devono ingrandire la bacheca: cinque trofei in un anno. Owen naturalmente è il protagonista, 24 gol stagionali. Talmente protagonista che a dicembre è lì, sulla copertina di France Football, con il pallone d’oro in mano. Il secondo più giovane di sempre (21 anni e 11 mesi), dietro a Ronaldo.

Al top così giovane, non sempre è un bene. Perché poi arrivano gli infortuni, i trasferimenti sbagliati, le sfortune. Al Liverpool rimane fino al 2004: 297 partite e 158 gol. Con otto milioni di sterline il Real se lo assicura. 35 partite, 13 gol, accoglienza fredda, rinascita sfumata. In un amen tutti dicono: «Non è più l’Owen di una volta». Michael si trova a convivere con i fantasmi del suo passato. Tornerà più la gloria? L’Inghilterra intanto si aggrappa sempre ai suoi gol e a quelli del suo erede, che l’ha già superato: Wayne Rooney.

Michael prova a riciclarsi: sì, proprio così, il Wonder e Golden Boy deve conquistarsi un posto. Va al Newcastle, ma un infortunio lo blocca. Gioca undici partite, abbastanza per andare ai Mondiali 2006: due partite, zero gol. Poi, alla terza, bastano 51 secondi per stroncargli il sogno di tornare grande. Il crociato anteriore si spezza, il ginocchio fa una torsione innaturale. Si accascia così, lungo la linea laterale, un ex pallone d’oro e un ex campione. La risalita è faticosa, il Newcastle non è certo il posto dove si esprime il calcio più bello. E infatti arriva la macchia della retrocessione, che non andrà mai via.

Poi, quest’estate, arriva quella chiamata di Sir Alex che aveva bisogno dell’Ole Gunnar Solskjaer della situazione. Owen arriva, carico di cicatrici, esperienza e di gol. Si adegua, parte dalla panchina, fa fruttare i pochi minuti che gli vengono concessi. E segna nove gol. Fino a sabato. Finale di Carling Cup. Michael il Manchester va sotto, Michael si fa male, esce. Entra Rooney, che segna il gol della vittoria. Il passaggio di consegne è definitivo. Il mondiale di Owen – mai convocato da Capello – non inizierà nemmeno. Sarà il mondiale di Wayne. A Michael non resterà che rimanere a casa a curarsi le ferite e a lucidare quel pallone d’oro che proprio Wayne-da-Liverpool potrebbe aggiungere alla sua bacheca.

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