Archive for giugno 2009

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SCHIAVI DI UN TRIONFO

22 giugno 2009

Tanto Lippi non risponderà mai. Non risponde al povero Carlo Paris. Non risponde alle conferenze stampa, facendo innervosire i vecchi ed esperti giornalisti sportivi. Però sarebbe bello chiedere a Lippi: perché? Ma siccome non risponderebbe, o al massimo ricorderebbe che siamo Campioni del Mondo, è meglio cercare di capire, da soli. Cosa dovremmo chiedere a Lippi? Ad esempio perché Davide Santon è stato tolto alla nazionale under 21, negandogli un europeo, per fargli fare tre panchine in Confederations Cup. Perché se è vero che Lippi non voleva vincere questa competizione per motivi scaramantici, che è una competizione quasi amichevole, che si possono fare “esperimenti”, allora perché il giovane diciottenne non ha giocato nemmeno un minuto? Forse per fare spazio a Zambrotta.

«Continuano a fare pressioni per i giovani, ma i giovani per giocare devono avere personalità». I casi sono due: o Lippi mente, o i giovani italiani non hanno personalità. Considerando che Santon a 18 anni ha giocato un ottavo di Champions marcando Cristiano Ronaldo senza sfigurare, forse Lippi ha davvero deciso di non puntare sui giovani. Rossi gli ha salvato la faccia con gli Usa, è stato lanciato titolare contro l’Egitto per essere bocciato dopo meno di un’ora. D’Agostino è stato lasciato a casa, per portare Palombo, non utilizzato. Toni è stato scelto ancora come punta titolare: Gliardino non è stato abbastanza bravo da rubargli il posto, ma allora Pazzini dov’era?

Donadoni, almeno, aveva avuto più coraggio. Lippi trascina con la sua toscanità l’idea dei Campioni del Mondo immortali. «Le mummie toglieranno le bende» aveva annunciato. Invece sono state sepolte, ad esempio, da Ramires, classe 1987. Il Brasile ha più qualità. Ma allora l’allenatore deve essere capace di controbattere dal punto di vista tattico. Lasciare libero Maicon di galoppare sulla fascia è stata una mossa da suicidio. Non portare in nazionale gente come Cassano, in grado quantomeno di aumentare la qualità di un gioco pressoché inesistente è una scelta sbagliata che il ct dovrebbe giustificare. Ma sappiamo già quale sarebbe la risposta: «Arrivederci». E allora, arrivederci Italia.

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L’addio amaro di Paolino e i problemi del Milan

2 giugno 2009

Febbraio, ultimo derby per capitan Paolo. La curva dell’Inter – tra uno striscione di insulti e uno di sfottò per gli odiati cugini – ad un certo punto srotola un lungo lenzuolo bianco, con una grande scritta blu «Maldini: da 20 anni nostro rivale ma nella vita sempre leale». Domenica, ultima del capitano rossonero a San Siro, il mondo sembrava essersi capovolto. Lo stadio, a festa con le sciarpe “Paolo Maldini”. La curva, invece, sorda all’emozione dell’addio: bandiere e cori per Franco Baresi, «l’unico capitano». E ancora, striscioni al veleno e di contestazione proprio contro di lui, Paolo, il loro capitano. Eccola, la festa rovinata. Anche se in realtà la festa l’aveva già rovinata la Roma, vincendo 3-2. Ma nonostante la sconfitta, il giro di campo di Maldini lo aspettava tutto lo stadio. Quasi tutto. Paolo non voleva crederci, nessuno in effetti avrebbe mai pensato ad un finale così triste. Con anche un «vaffa» del capitano nei confronti di Leonardo, che è il futuro del Milan dopo Paolo. Ma anche del dopo Carletto.

Sì, perché quella di domenica è stata anche l’utlima volta di Carlo Ancelotti sulla panchina rossonera, a San Siro. Non c’entra la sconfitta di ieri, contro la Roma di Totti. E non peserà nemmeno un’eventuale caduta a Firenze, con conseguente preliminare. Il Milan di Ancelotti è arrivato al capolinea. Quella meravogliosa idea di riempire di fantasisti il centrocampo, sembrava una follia. Invece ci ha consegnato un calcio bello, spettacolare e redditizio. Ma la società si è cullata: sui risultati degli anni passati e soprattutto sull’idea, pazza, che tutti i calciatori fossero come Maldini, cioè forti, invincibili ed eterni. Ma non è così. Il calcio avanza lasciando indietro chi non si rinnova.

Quest’anno il Milan ha cominciato la stagione con un obiettivo chiaro, dichiarato. Lo scudetto. Ma davanti all’Inter, la squadra di Ancelotti c’è stata solo per una giornata. Le assenze di Kakà e di Gattuso sono pesate. Ma di più hanno fatto da zavorra gli acquisti di Senderos e Ronaldinho. Il primo è inadatto a ricoprire il ruolo che è stato di Nesta. Se l’Arsenal l’ha lasciato andare, un motivo ci sarà stato. Dinho invece ha fatto vincere qualche partita, ma è stato completamente messo da parte nel momento decisivo della stagione. Non serviva. Il Milan per un periodo ha pensato di essere l’anti-Inter. Adesso si ritrova a lottare per non finire in Champions.

Una campagna acquisti che non ha risolto i problemi. Una stagione che ha visto fallire uno dopo l’altro gli obiettivi: lo scudetto, anzitutto. Ma anche la coppa Uefa. In tutto questo Ancelotti ha diffuso la sua calma, la sua pacatezza. Il suo calcio, però, è finito: la carta d’identità di alcuni giocatori ha provocato la conclusione della stagione del suo calcio dei fantasisti. La famiglia Milan perde in un solo colpo due condottieri. Carlo, però, ha già in tasca il biglietto per Londra. Paolo, invece, ha salutato. Firenze sarà l’ultima battaglia che combatterà per il suo Milan. Suo, non di chi l’ha contestato.

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ROMA, IO C’ERO – «COPA LIGA Y CHAMPIONS»

2 giugno 2009
Luciano Cremona)

«La fontana es blaugrana». Lo cantano a squarciagola, uscendo dallo stadio, sui pullman e sui tram. E tutti alla Fontana di Trevi, presidiata dalla polizia, a specchiarsi nell’acqua della fontana, per guardare com’è la faccia di chi è campione d’Europa. È lunga e piena di gioia la notte della gente di Barcellona. Roma è la cornice perfetta per fare festa.


PREPARTITA – La città è blaugrana già dalle prime ore del mattino. È un’invasione festosa. Le bandiere della Catalogna, le magliette di Messi, Puyol, ma soprattutto di Iniesta. I tifosi spagnoli sono allegri e spensierati. Si godono Roma, prima della partita. Se si giocasse la partita del colore in città, gli spagnoli, o meglio, i catalani, vincerebbero a mani basse. Gli inglesi? Tutti allo stadio, subito, presto. Quelli che girano per la città non trovano certo ostilità nei loro confronti. Rimbalza qualche coro. ci si scatta delle foto di gruppo, anche tra rivali. Roma città inizia a vincere la sua finale, già prima della partita.


FCB – La curva sud è un muro blaugrana. L’incitamento per Messi e compagni deve battere i decibel dei cori inglesi. E alla coreografia in onore di Sir Matt Busby, i catalani rispondono con le iniziali del Futbol Club Barcelona. I cori sono sempre e soprattutto per lui, Andrés Iniesta. Il gol di Londra che ha portato il Barça a Roma è entrato nella storia. E ha innalzato il 24enne fenomeno spagnolo a idolo dei tifosi. I gol di Eto’o e Messi hanno scatenato la curva catalana. «Ser del Barça es el millor que hi ha», “essere del Barcellona è la cosa migliore che c’è”. Come dar loro torto: quando capitan Puyol alza al cielo la Coppa, i tifosi vanno in paradiso.


LA FESTA – I cori non si fermano mai. Ogni pullman che riporta in centro si trasforma in un pezzo di curva. «Copa, Liga y Champions»: si canta della tripletta, storica, di questo Barcellona delle meraviglie. Ci sono solo maglie blaugrana nel centro di Roma. Senza eccessi, senza devastazioni. E mentre al Gianicolo una parte dei tifosi hanno accolto i calciatori arrivati con il pullman con la coppa in bella mostra, le piazze e i monumenti sono ridiventati rossoblu. E tra una birra e un panino, alle quattro di notte, davanti al Colosseo, si sente scandire a squarciagola un solo nome «Andrés Iniesta». Hanno segnato Eto’o e Messi, il Barcellona è campione d’Europa. Ma nel cuore dei tifosi c’è una certezza: il gol al Chelsea ha iniziato a far girare la ruota dalla parte del Barça. E così è stato.

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Lo scudetto di Mourinho e le risate dell’avvocato Prisco

2 giugno 2009

Peppino Prisco era il primo tifoso nerazzurro. Ma, soprattutto, era il più grande anti-milanista. Elegante, pungente, acuto, divertente, sportivo. I tifosi nerazzurri lo hanno acclamato a lungo, dagli spalti di San Siro: l’Inter campione grazie ad una sconfitta del Milan è roba da «avvocato, cosa ti sei perso». Ma dalla curva nerazzurra la gioia è stata espressa soprattutto con la frase dell’anno: «Zero tituli». Mourinho aveva lanciato il suo anatema ai primi di marzo. E non ha dovuto rimangiarselo. L’Inter ha vinto. L’Inter ha il suo «titulo», le altre no.

L’Inter dello Special One non è stata tanto speciale. Ha gli stessi punti dell’Inter di Mancini, gli stessi gol fatti, tre gol subiti in più. Ha già in tasca lo scudetto, però, in un campionato che tutti dicevano fosse più equilibrato e più difficile di quello della passata stagione. Quando la Roma era stata l’unica reale concorrente. Quest’anno Milan e Juve hanno fatto gara a rimbalzare, su e giù in un inseguimento che non si è mai concluso. Senza riuscire a dare realmente fastidio a Zanetti e compagni.


Che poi l’Inter non abbia divertito è vero. Prima le ali, poi il rombo, infine il 4-3-3 con Balotelli e Figo ai lati di Ibra. I cambiamenti di modulo non hanno certo aiutato a fare spettacolo, ma sono serviti a dare solidità. Le partite che hanno dato l’impronta alla stagione sono stati gli scontri diretti: le vittorie con Milan, Juve e Roma, le trasferte fondamentali di Genova e Udine, il pareggio in rimonta nel ritorno con la Roma. In mezzo, solo tre sconfitte. Una delle quali, il 3-1 di Bergamo con l’Atalanta, è servita a Mourinho per rimettere in carreggiata una squadra che dava segni di sbandamento.


Gli uomini dello scudetto sono sette-otto come ama ripetere da mesi Mourinho. Sono i suoi fedelissimi, quelli che ha schierato sempre, quelli di cui si fida. Ma l’uomo dello scudetto è uno: Zlatan Ibrahimovic. Ancora lui. Per ora i suoi gol sono 22. Tra tacchi volanti e pallonetti vellutati, Ibra non è mai stato così dentro alle partite come quest’anno. È stato il faro che ha illuminato la scena, anche quando tutto era difficile. Con lui, hanno fatto gli straordinari per portare il diciassettesimo scudetto Julio Cesar, capitan Zanetti, Maicon (fino all’infortunio), Cambiasso, Muntari, Samuel, Cordoba e Stankovic, il grande ripescato. Balotelli e Santon hanno dato una spinta giovane, fresca e fondamentale.


I gol copertina di quest’anno non sono solo le perle di Ibra contro il Bologna e contro la Reggina. Ci sono le manovre in velocità contro Chievo (Stankovic), Juve (Balotelli) e Napoli (Muntari) che sono lo spot della forza dell’Inter di Mou. Le reti di Balotelli contro Juve e Chievo hanno invece chiuso il discorso classifica.


L’Inter non ha vinto la Champions, non ha strabiliato. Ma ha vinto un altro scudetto, cambiando allenatore, resistendo a un Milan che non giocava la Champions, tenendo a distanza una Juve che si è creduta grande, quando ancora non lo era. Massimo Moratti, portato in trionfo dai giocatori nel giorno del suo compleanno, sui campi della Pinetina intitolata a papà Angelo, rideva sereno e contento. Ma sabato sera, a vedere il Milan consegnare all’Inter le chiavi della festa, quello che rideva di più era sicuramente Peppino Prisco.

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Ranieri e la Juve, una storia che finisce

2 giugno 2009


È strano. Ma sembra davvero che il progetto di rilancio della Juve al top del calcio italiano sia naufragato per colpa della Coppa Italia. Il ritorno con la Lazio, il 22 aprile, doveva essere l’ancora di salvezza. La ciambella alla quale affidare le speranze per correggere una stagione naufragata nel giro di un mese. Bastava un uno a zero. E i tifosi avrebbero dimenticato il pareggio con l’Inter e l’addio ai sogni di scudetto. Quella sera i gol di Zarate e Kolarov hanno scoperchiato il vaso dei problemi in casa Juve. Forse anche per colpa di Ranieri e della sua scelta di far sedere con lui in panchina Del Piero, Nedved e Camoranesi, poi gettati nella mischia quando ormai i buoi erano scappati.

Sono partite quella sera le contestazioni pesanti dei tifosi e i musi lunghi. Ma non c’è solo la coppa nazionale. C’è anche e soprattutto l’incontro di Blanc con Marcello Lippi. Con il passare dei giorni si è capito che il caso Amauri-nazionale non era stato l’unico argomento trattato. L’ingaggio di Cannavaro di pochi giorni dopo ha fatto capire qual è l’idea della nuova Juve. Nuova? Ranieri ha iniziato a pensare che sì, forse quell’incontro tra Blanc e Lippi poteva essere evitato. Che in fondo non era colpa sua se la Juve quest’anno ha registrato sessantotto infortuni, tra cui quelli di Amauri e Sissoko nel momento clou della stagione. Forse la colpa di Ranieri è quella di aver scelto Poulsen, invece che un regista. Di aver dato poco spazio a Giovinco. Di non aver chiesto un terzino di livello.

Più che in una notte di coppa, sembra allora che il progetto di Ranieri sia iniziato ad affondare la scorsa estate. La dirigenza lo rassicura per le prossime partite: non verrà esonerato. Poi le strade si divideranno. Arriverà Spalletti, o forse Conte. Di sicuro, restare alla Juve per Ranieri non avrebbe più senso. Provare a ricomporre uno spogliatoio che sembra averlo del tutto esautorato durante l’intervallo della partita con il Lecce è impresa impossibile. Dialogare con una dirigenza su cui si allunga l’ombra di Lippi è troppo anche per un gentiluomo come lui.