Archive for marzo 2009

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IL MAL DI PANCIA DI IBRA

25 marzo 2009

Quasi tre anni fa, sulla panchina della Juventus siedeva Fabio Capello. Era il primo d’aprile e un Treviso ormai condannato alla B fece uno scherzetto alla Juve, inchiodata sullo 0-0. Mancavano pochi giorni al ritorno di Champions: l’andata con l’Arsenal, a Londra, era finita 2-0 per i Gunners. Clima teso, partita che non si sblocca. Al diciannovesimo del secondo tempo il quarto uomo alza la lavagnetta luminosa. Fuori Ibra, dentro Zalayeta. E iniza lo show. Sorriso strafottente, serie di imprecazioni. Nel mirino Alessio Secco, che gli porge la giacca. E, soprattutto, Fabio Capello. Nervosismo, malessere. Mal di pancia. Già allora?

Almeno metà dei protagonisti sono gli stessi. La situazione, simile. La Juve viaggiava verso il secondo scudetto – poi assegnato all’Inter -, ma in Champions era praticamente fuori. Mino Raiola, il famigerato procuratore dello svedese, già allora parlava di rinnovo. E di aumento. Da 2 a più di 5 milioni, la richiesta. Oggi Ibra viaggia a quota 19 gol con la maglia dell’Inter. Ma, soprattutto, a 12 milioni di euro all’anno. L’Inter è prima, il vantaggio di 7 punti rassicurante. Il rapporto con Mourinho e con la società è ottimo. Ma la Champions è svanita, ancora una volta. Ancora troppo presto. Ibra, per la prima volta in tre anni, ha sollevato dubbi sulla sua permanenza all’Inter. E non ha fatto niente per fugarli, anzi.

Da dove arriva questo mal di pancia? La questione economica, almeno questa volta, è da scartare. Ibrahimovic è il calciatore più pagato al mondo. Lo stesso Messi guadagna “appena” 7,5 milioni di euro. Ibra vuole però essere protagonista in Europa e vincere il pallone d’oro. L’eliminazione di Manchester, sommata a quelle degli anni precedenti, hanno insinuato a Ibra il tarlo: con l’Inter in Europa non si vince. Eppure, proprio Ibra è uno dei principali colpevoli del flop di Mourinho in coppa. Mai decisivo: non ha mai segnato negli scontri a eliminazione. Tutto il contrario del fenomeno che ammiriamo in campionato.

Mourinho ha dichiarato: «Resto all’Inter e convincerò Ibra a restare con noi». Moratti ha replicato: «Tutti hanno un prezzo. Poi magari Zlatan se ne va e noi vinciamo la coppa». Di sicuro il prezzo sarebbe alto. Mou avrebbe a disposizione il budget per rifare il centrocampo, il reparto che ha bisogno di maggiori rinforzi. Ma l’Inter, senza Ibra, non sarebbe più la stessa. Verrebbe a mancare in un colpo solo il miglior realizzatore, l’uomo squadra e il top-player della rosa. Mourinho, Moratti e i tifosi dovranno riuscire nell’impresa di trattenere ad Appiano quella che è la croce (in Champions) e delizia (in campionato) della squadra nerazzurra.

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Infinito Inzaghi: 300 gol. Ora rincorre Baggio

17 marzo 2009

Il bello è che esulta sempre come se il gol appena segnato fosse il primo. Il bello è che gioca con la cattiveria e la tensione come se fosse l’ultima partita, la più importante. Filippo Inzaghi è arrivato a quota 300. Trecento gol nella sua carriera professionistica. Una cavalcata di gol iniziata nel dicembre ‘92. Leffe-Siena, C1 girone A, Inzaghi aveva 19 anni. E iniziava a segnare.

13 gol nel Leffe, 14 nel Verona, in serie B, poi 4 nel Parma. Nel ‘96/97 la consacrazione in Serie A: 25 gol con la maglia nerazzurra dell’Atalanta. La Juve lo vuole, a tutti i costi. Punta su di lui, lo affianca a Del Piero. In quattro stagioni segna 89 gol. Poi il trasferimento che fa discutere. Va al Milan, per 70 miliardi. Vittorie, infortuni. E tanti gol. Con la doppietta di Siena è a quota 110. In più ci sono 25 gol con la Nazionale. Fanno 300, cifra tonda.

Più che i numeri, Inzaghi lo si descrive attraverso il tipo di gol e le situazioni in cui li mette a segno. Il suo più sentito, ad esempio, fino a due anni fa, era un gol rubatogli da Tomasson sulla riga di porta nei quarti di finale di Champions League. Quelli che si sogna ancora di notte sono i due rifilati al Liverpool nella finale di Champions del 2007. Il primo, di spalla, neanche lui sa come lo ha fatto. C’è il gol al Mondiale di Germania: nei 30 minuti scarsi regalatigli da Lippi, SuperPippo poteva tranquillamente appoggiare per Barone, che aveva la porta libera. La sua ostinazione, anche in quell’occasione, è stata la sua gloria.

C’è solo un altro numero che va evidenziato: il quattro. Sono i gol che Inzaghi ha segnato da fuori area. Quattro su trecento. Alta Tensione e Ossesso sono due dei soprannomi che lo hanno accompagnato nella sua carriera. A quasi 36 anni, Pippo è ancora lui il re del gol. È il re perché è elettrico. È il re perché è spietato. È il re perché è Super. Baggio è lontano solo 18 gol. Poi ci sono solo Meazza (338) e Piola (364). Inzaghi è già nella storia. E continua a riscriverla a suon di gol.

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IL FENOMENO È TORNATO, DI NUOVO

10 marzo 2009

Quanti ritorni in campo, quanti gol dopo mesi di sofferenze, operazioni, allenamenti personalizzati. Quante volte i suoi tifosi lo hanno atteso, sapendo che solo lui era davvero speciale e meritava di essere aspettato. Anche a lungo. Ronaldo, il Fenomeno, è tornato a giocare. E a segnare.

Campionato Paulista, Palmeiras-Cortinthians. Ronaldo fa la sua seconda apparizione dopo il rotuleo lasciato sul prato di San Siro in un freddo mercoledì sera del febbraio 2008 (Milan-Livorno 1-1). Prima colpisce una terrificante traversa, calciando da fermo. Poi segna, nel recupero, il gol dell’1-1. Di testa. E corre, Ronaldo. Scavalca i cartelloni pubblicitari e si aggrappa alle reti, come un ‘Pampa’ Sosa qualunque. È la gioia fresca di chi ha fatto il primo gol. È la gioia di chi credeva per l’ennesima volta che non ce l’avrebbe fatta. È la gioia di chi non ha il fisico d’atleta, non ha l’orgoglio di appartenere ad una sola squadra, di chi non sarà mai una bandiera, ma ha i piedi che inventano calcio e regalano emozioni.

I rientri di Ronaldo sono tanti, come i suoi infortuni. Quel novembre del 1999, quel campo inzuppato di San Siro in una partita ormai decisa, ormai vinta. Da quel giorno Ronaldo ha pianto tanto. Per gli infortuni e per le sconfitte. E tutte le volte è tornato. È tornato a Roma, si è rotto, ha pianto. Ci è tornato due anni dopo, all’Olimpico, e ha pianto amaro. Poi ha sorriso, con il Brasile, con il Real. Ha provato a sorridere anche nel Milan, mai davvero casa sua. Infortuni muscolari e gol da fenomeno. Fino ad un altro rotuleo rotto. Quello che gli aveva fatto credere che sì, era tutto finito.

Ora Ronaldo gioca ancora. Non gioca per il Cruzeiro, dove è cresciuto. Non per il Flamengo, che l’ha curato. Ronie gioca per il Corinthians. La maglia è bianca, ma non conta. Ronaldo è tornato: in un campionato piccolo, con una pancia grande. Ma con una passione, quella per il calcio, che è la stessa di sempre. Quella di un bambino. Quella di un Fenomeno.

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Effetto Mourinho: l’Inter affonda

5 marzo 2009


Forse era meglio non giocare, come aveva minacciato Josè Mourinho. Di sicuro i tifosi interisti avrebbero evitato volentieri di vedere la partita di Coppa Italia (Sampdoria-Inter 3-0). Il monologo dell’allenatore portoghese ha avuto solo effetti negativi: nella giornata di ieri è arrivato il deferimento della Giustizia sportiva (assieme a quello per Daniele De Rossi e Mario Balotelli). In serata, la Sampdoria ha passeggiato sopra un’Inter senza testa, senza spirito e senza attenzione. E coi nervi a fior di pelle. Basti pensare che anche capitan Zanetti si è lasciato andare ad un eccesso di nervosismo.

TRE SBERLE – Un 3-0, quello di Genova, che oltre a compromettere l’accesso alla finale per i nerazzurri, aggiunge altre crepe al delicato equilibrio del sistema di gioco dell’Inter. Che per la terza volta in stagione subisce 3 gol. Che per la terza partita di fila regala completamente il primo tempo agli avversari. Che come a Bergamo regala dei gol che lo stesso Mourinho ha definito «ridicoli».

DOV’È IL GIOCO? – L’Inter deve affrontare una delle settimane più delicate della stagione. Forse la più delicata. Sabato la trasferta di Genova, contro la banda Gasperini. Martedì la trasferta di Manchester, domenica 15 la Fiorentina. L’Inter ha bisogno di cambiare marcia. Il 3-4-3 di ieri sera è stato un esperimento dettato dall’esigenza di impiegare i calciatori meno utilizzati. Ma il rombo ereditato dalla gestione precedente, dopo l’aborto del progetto delle ali, ha consegnato un Inter più attenta a coprire e con gli stessi problemi di costruzione di gioco in fase di possesso.

UOMINI – Il ritorno degli uomini chiave è il primo passo verso la risalita. Mourinho, al termine della partita di ieri, ha commentato: «E poi mi chiedete perché giocano sempre gli stessi? La qualità delle riserve non è la stessa dei titolari. Ecco perché giocano sempre Santon, Cambiasso, Stankovic, Ibra». Un messaggio chiaro, che sa di epurazione verso chi è stato poco utilizzato o non ha convinto. Non si vedranno più Rivas, Obinna e molto probabilmente anche Mancini, Cordoba e Maxwell. Con il ritorno di Vieira, rischia anche Muntari.

REAZIONE – L’aspetto positivo è che l’Inter, dopo aver preso degli schiaffi, reagisce quasi sempre. Il secondo tempo col Manchester, la rimonta con la Roma e le numerosi occasioni di ieri – con Castellazzi bravissimo a respingere l’assalto di Crespo e compagni – lasciano abbastanza sereno Josè Mourinho. Regalare intere frazioni senza scottarsi è rischioso. La prima bruciatura l’Inter se l’è fatta ieri sera. Piccola, come la Coppa Italia. La prossima, in Champions, rischia di essere un’ustione.

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Mascara come Maradona, gol di genio e fantasia

5 marzo 2009

«Che cos’è il genio? È fantasia, intuizione, decisione e velocità d’esecuzione». Quello di Giuseppe Mascara, in Palermo-Catania, più che un gol sembra uno scherzo. Uno scherzo geniale e tremendo. Come quello del Necchi, in Amici Miei, il capolavoro di Mario Monicelli.

Come ti può venire in mente, quando sei a cinquanta metri dalla porta avversaria, di calciare al volo una palla che ti rimbalza così, verso il cerchio di centrocampo, come succede mille volte durante una partita? E perché mai il buon Marco Amelia, portiere della Nazionale, avrebbe dovuto stare all’erta, tra i pali? Non ce n’era motivo. Eppure Mascara ha voluto sfidare tutti. Ma prima di tutti, se stesso. E forse per gioco, forse per scommessa, ha calciato il pallone. Lo ha calciato in una maniera così strana che la palla si è alzata, si è alzata tanto. È salita in cielo, e ha dato a tutti il tempo di pensare. «Che cosa tira da lì?». «Ma tu guarda questo». La palla ci ha messo quasi tre secondi, da quando Mascara l’ha colpita a quando si è insaccata, alle spalle di un affannato e più incredulo di tutti, Amelia.

Fortuna? Genio? Coraggio? Un mix. Di certo, Mascara è uno abituato a segnare gol spettacolari. Basti ricordare lo spiovente con cui battè Julio Cesar in un Inter-Catania di due stagioni fa. Il gol di ieri – al quale va aggiunto il sapore speciale perché segnato nel derby con il Palermo – ha subito portato alla mente la prodezza di Maradona contro il Verona, i tiri impossibili di Recoba e di Beckham, le magie di Vieri, Quagliarella e Stroppa.

Sono gol che rimangono nella storia. Qualche vecchietto del Bar Sport si affretterebbe a dire: «Vale lo stesso uno, come un gol segnato di coscia». Sì, vero. Però sai che soddisfazione. Sai che bello aver sfidato l’incredulità dei compagni, del pubblico e del portiere avversario? A proposito. Amelia si consoli. Non è il primo a prendere un gol così. Non sarà l’ultimo. Lo speriamo, per il bene del calcio. Un gol così, indipendentemente dal colore della maglia, è sempre uno spettacolo.