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CIAO CANDIDO, UNA VITA IN ROSA

22 febbraio 2009

E’ morto a 78 anni, Candido Cannavò, storico direttore e editorialista della Gazzetta dello Sport. Si è spento alle 8.48 alla clinica Santa Rita di Milano, dove era stato ricoverato giovedì scorso a seguito di una emorragia cerebrale devastante che lo aveva colto proprio mentre era nella sede della Gazzetta.

“Fatemi capire” era la rubrica che Candido Cannavò teneva tutti i giorni sulla Gazzetta dello Sport. Ma cos’aveva ancora da capire uno che a 78 anni era stato per 20 il direttore del quotidiano sportivo più popolare d’Italia? Che aveva raccontato Coppi e Bartali, il Milan degli olandesi, la Grande Inter e i giochi olimpici? Da sempre sulle pagine della rosea. La sua casa, la sua vita. “Una vita in rosa” è la raccolta di tutti i suoi articoli, di tutti i suoi racconti di cinquant’anni di sport. L’ultimo pezzo l’ha scritto su Van der Sar, sul record dello spilungone olandese prima papero e ora portiere imbattuto. L’ha scritto giovedì mattina, poco prima di sentirsi male alla mensa della sua seconda, o forse prima, casa: via Solferino 28.

La piccola grande rivoluzione di Cannavò alla rosea era stata quella di portare il giornalismo sportivo negli spogliatoi, a sentire il parere, a tastare il morale, a svelare i retroscena che provenivano dal luogo sacro dei pre e post-partita. La Gazzetta, sotto la sua lunga e illuminata direzione, ha collezionato record importanti, come il milione e 486mila copie tirate il 25 maggio 1989 quando il Milan vinse la Coppa dei Campioni contro la Steaua. Primato battuto solo nel 2006, con il trionfo azzurro di Berlino. Ma più dei numeri, i sentimenti. Dei calciatori, degli atleti, dei ciclisti. Presi come simboli positivi da innalzare, da raccontare come esempi. E allora il dramma di Senna, la sfortuna di Ronaldo, le gesta eroiche dei fratelli Abbagnale e di Valentina Vezzali. Fino alla battaglia di Oscar Pistorius, che voleva correre, pur non avendo le gambe. Cannavò nel suo “E li chiamano disabili” parla del coraggio della non-rassegnazione. E ha sostenuto il giovane atleta sudafricano fin dal primo momento, quando aveva commosso il mondo correndo con le sue protesi hi-tech. Tra i tanti titoli che gli sono stati assegnati, spiccano l’Ordine Olimpico (Atlanta 1996) e l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, nel 2002.

Basta leggere poche righe, o ascoltare poche parole di Candido, per essere catapultati nel grande romanzo dello sport. Ogni frase rimanda ad un episodio, ogni gesto sportivo può diventare una poesia o un inno. Nel cuore di Candido Cannavò ribolliva l’amore per lo sport e la voglia irrefrenabile di raccontarlo ed esaltarlo. Una passione mai doma, rinnovata ogni giorno dalla voglia di capire. Per spiegare. Candido non si è mai fermato. Nemmeno nel 2002, quando ha lasciato la direzione della Gazzetta. Aveva continuato a collaborare. E a scrivere. Cannavò ci lascia di domenica, il giorno dello sport. Il suo giorno. Adesso avrà un posto privilegiato dal quale osservare cosa succede sui campi sportivi. Non ha più niente da capire. In fondo, Candido, dello sport e della vita aveva già capito tutto. E ce lo raccontava.

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