Archive for febbraio 2009

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Addio a Candido Cannavò, il giornalista che parlava al cuore

25 febbraio 2009

MILANO 25 – «Candido è sempre stato lui, il direttore. A me, ai ragazzi del giornale, è come se avessero tolto la corrente». È un Carlo Verdelli visibilmente commosso a dare l’ultimo saluto a Candido Cannavò, in una basilica di Sant’Ambrogio piena di gente e di affetto. Sembrava di essere tornati a quel settembre 2006 quando tutto il mondo dello sport si era stretto nell’ultimo saluto a Facchetti. Ieri come allora, si è rivisto Gianfelice, figlio di Giacinto, sull’altare, a prestare la sua voce e le sue emozioni. «Non è mai andato in pensione, chissà, magari anche adesso in Paradiso starà trasmettendo entusiasmo. Candido cercava di raccontare la parte buona, il cuore delle persone. Per questo ha parlato dei pretacci, dei carcerati, dei disabili», ha detto don Gino Rigoldi, il cappellano del Beccaria, durante l’omelia, lanciando un appello ai tanti giornalisti presenti: «L’ultima idea di Candido era di fare una rivista di sole buone notizie. Forza, raccogliete la sua idea, sarebbe il suo primo miracolo».

Tanti gli sportivi presenti, da Francesco Moser a Ivan Basso, da Federica Pellegrini a Giampiero Boniperti. E tanti gli amici e colleghi che erano lì per rendere omaggio a un grande direttore. Gianni Mura racconta: «Quando sono entrato in Gazzetta nel 1964, sapevamo che di tutti i pezzi andavano corretti i congiuntivi e le imperfezioni. Nei pezzi di Candido, c’erano solo da mettere gli a capo». Tanta anche la gente comune: «Non mi intendo di sport – racconta commossa una signora – ma sono venuta perché Cannavò era una gran brava persona. Lo scriva».

Verdelli ha annunciato che Rcs ha creato una Fondazione intitolata a Cannavò “per fare del bene” come lui faceva. «Negli spogliatoi di una famosa squadra (l’Inter di Helenio Herrera, ndr) campeggiava il cartello: “Chi non dà tutto, non dà niente”. Candido dava tutto. Ciao, Capitano. Ciao Campione», ha concluso il direttore della Gazzetta e a questo punto è scoppiato un applauso, mentre molte persone scoppiavano in lacrime.

Cannavò è stato poi trasferito al Famedio del cimitero Monumentale di Milano, dove riposerà sopra Meazza, vicino a Manzoni. Nella sua bara coperta dai fiori rosa, con una “Gazza” da leggere.

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CIAO CANDIDO, UNA VITA IN ROSA

22 febbraio 2009

E’ morto a 78 anni, Candido Cannavò, storico direttore e editorialista della Gazzetta dello Sport. Si è spento alle 8.48 alla clinica Santa Rita di Milano, dove era stato ricoverato giovedì scorso a seguito di una emorragia cerebrale devastante che lo aveva colto proprio mentre era nella sede della Gazzetta.

“Fatemi capire” era la rubrica che Candido Cannavò teneva tutti i giorni sulla Gazzetta dello Sport. Ma cos’aveva ancora da capire uno che a 78 anni era stato per 20 il direttore del quotidiano sportivo più popolare d’Italia? Che aveva raccontato Coppi e Bartali, il Milan degli olandesi, la Grande Inter e i giochi olimpici? Da sempre sulle pagine della rosea. La sua casa, la sua vita. “Una vita in rosa” è la raccolta di tutti i suoi articoli, di tutti i suoi racconti di cinquant’anni di sport. L’ultimo pezzo l’ha scritto su Van der Sar, sul record dello spilungone olandese prima papero e ora portiere imbattuto. L’ha scritto giovedì mattina, poco prima di sentirsi male alla mensa della sua seconda, o forse prima, casa: via Solferino 28.

La piccola grande rivoluzione di Cannavò alla rosea era stata quella di portare il giornalismo sportivo negli spogliatoi, a sentire il parere, a tastare il morale, a svelare i retroscena che provenivano dal luogo sacro dei pre e post-partita. La Gazzetta, sotto la sua lunga e illuminata direzione, ha collezionato record importanti, come il milione e 486mila copie tirate il 25 maggio 1989 quando il Milan vinse la Coppa dei Campioni contro la Steaua. Primato battuto solo nel 2006, con il trionfo azzurro di Berlino. Ma più dei numeri, i sentimenti. Dei calciatori, degli atleti, dei ciclisti. Presi come simboli positivi da innalzare, da raccontare come esempi. E allora il dramma di Senna, la sfortuna di Ronaldo, le gesta eroiche dei fratelli Abbagnale e di Valentina Vezzali. Fino alla battaglia di Oscar Pistorius, che voleva correre, pur non avendo le gambe. Cannavò nel suo “E li chiamano disabili” parla del coraggio della non-rassegnazione. E ha sostenuto il giovane atleta sudafricano fin dal primo momento, quando aveva commosso il mondo correndo con le sue protesi hi-tech. Tra i tanti titoli che gli sono stati assegnati, spiccano l’Ordine Olimpico (Atlanta 1996) e l’Ordine al Merito della Repubblica Italiana, nel 2002.

Basta leggere poche righe, o ascoltare poche parole di Candido, per essere catapultati nel grande romanzo dello sport. Ogni frase rimanda ad un episodio, ogni gesto sportivo può diventare una poesia o un inno. Nel cuore di Candido Cannavò ribolliva l’amore per lo sport e la voglia irrefrenabile di raccontarlo ed esaltarlo. Una passione mai doma, rinnovata ogni giorno dalla voglia di capire. Per spiegare. Candido non si è mai fermato. Nemmeno nel 2002, quando ha lasciato la direzione della Gazzetta. Aveva continuato a collaborare. E a scrivere. Cannavò ci lascia di domenica, il giorno dello sport. Il suo giorno. Adesso avrà un posto privilegiato dal quale osservare cosa succede sui campi sportivi. Non ha più niente da capire. In fondo, Candido, dello sport e della vita aveva già capito tutto. E ce lo raccontava.

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IL COLPO DI MANO DELL’INTER

17 febbraio 2009

Tredici mesi fa, San Siro, Inter-Parma: Ibrahimovic calcia, Bucci è battuto. Fernando Couto si butta sulla riga di porta, tocca di testa, poi la palla gli picchia sulla mano. Rosso e rigore. E polemiche, infinite. Settimana scorsa, due casi analoghi, due decisioni diverse. In Milan-Reggina annullato un gol a Seedorf che controlla involontariamente di braccio. In Sampdoria-Siena, Vergassola fa la stessa cosa: gol convalidato.

Ieri, derby di Milano. Adriano colpisce così male di testa che la palla gli picchia sul braccio prima di infilarsi in porta. Volontario o involontario? La bontà di un gol di mano nel gioco del calcio è quantomeno dubbia. Il regolamento dice che è fallo quando si «…giuoca volontariamente il pallone con le mani». Deve decidere l’arbitro. Se avesse annullato, forse, non ci sarebbero state le polemiche.

Le mani dell’Inter però non sono solo quelle di Adriano, l’Imperatore che torna ad essere decisivo. Sono le mani e i piedi di Julio Cesar che si oppongono alla voglia del Milan di non rassegnarsi. Sono le mani di Mourinho che plasma la squadra con il modulo di Roberto Mancini. Sono le mani grosse e rassicuranti di Maicon, che vede sull’altra fascia crescere un campioncino di 18 anni che di cognome fa Santon. Sono le mani, i muscoli e la testa di una squadra che non molla, che fisicamente è uno schiacciasassi e più che provare a battere i propri avversari, cerca di abbatterli.

Il Milan ha dimostrato una classe immensa, pur non avendo Kakà, nei suoi fenomeni brasiliani. Pato non è il futuro, ma è il presente che va veloce. C’è però un’idea vecchia, dietro a questo Milan. Pur essendo tornato ad avere mani forti a proteggere la porta, il famoso centrocampo di soli fantasisti è un’utopia raggiunta in passato e non più riproponibile. Soprattutto se la difesa si dimostra inadeguata per certi livelli. E se a Maldini si può rimproverare solo l’usura dell’età e di 25 anni di calcio da fenomeno e da signore, un centrale di livello era la priorità assoluta per chi non ha più Nesta e ha un Kaladze in queste condizioni. Se ci si accontenta di Beckham, ci si deve anche rassegnare all’idea che il campionato venga arpionato da chi ha le mani più forti.

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Da special a normal: quel rigore che ha affondato il Chelsea

10 febbraio 2009


«John Terry… Un errore incredibile quello di John Terry, che è anche scivolato…». Il telecronista di Sky accompagnava con queste parole la fine della favola Blues, lo scorso maggio, a Mosca. Finale di Champions, Manchester United campione ai rigori. Bastava un gol e Abramovich avrebbe coronato il suo sogno. E, forse, Avram Grant sarebbe ancora l’allenatore del Chelsea. Lui, che era stato chiamato a sostituire lo ‘Special One’, Josè Mourinho.

Grant, molto schivo, è stato rimpiazzato quest’estate dal brasiliano Luiz Felipe Scolari, campione del mondo nel 2002 col Brasile e poi secondo agli Europei 2004 con il Portogallo. Oggi, Roman Abramovich ha dato il ben servito al tecnico verdeoro. Il Chelsea è ufficialmente tornato ad essere un club normale.

Scolari ha infarcito di portoghesi la squadra, puntando su Deco, Bosingwa e da poco su Quaresma. Ha liquidato Drogba, relegandolo in panca. Ha perso per infortunio il giocatore cardine, Essien. E la squadra si è afflosciata su se stessa. Un modulo poco convincente, la convivenza impossibile di tre giocatori troppo simili come Deco, Lampard e Ballack. E una personalità quasi inesistente. Mourinho aveva reso il Chelsea una macchina perfetta tra le mura amiche di Stamford Bridge. Sabato, i Blues, hanno fatto 0-0 in casa con l’Hull City. Non proprio una corazzata.

Abramovich ha fallito? Forse. Di sicuro, si è stufato. Basta spese folli, basta regali agli altri club. Ora, mentre la squadra è affidata temporaneamente a Ray Wilkins, il magnate russo dovrà trovare un nuovo allenatore. Mentre Scolari rimarrà a libro paga, il nuovo tecnico del Chelsea potrebbe diventare, più che Roberto Mancini, Guus Hiddink. Il santone olandese, non a torto considerato uno dei migliori allenatori del mondo, è attualmente ct della Russia. Lo stesso Abramovich ha contribuito a pagargli lo stipendio, andando in aiuto alla Federcalcio Russa.

Hiddink – sei volte campione d’Olanda e una volta d’Europa con il PSV Eindhoveen, campione del Mondo con il Real Madrid – è riuscito a regalare calcio spettacolo e risultati clamorosi in tutti gli angoli del mondo, dalla Russia alla Corea, dall’Australia alla Spagna. Il Chelsea, con poche settimane di regime-Hiddink, potrebbe tornare ad avere un’organizzazione di gioco e uno spirito di sacrificio che il tecnico riesce sempre a tirar fuori dai suoi giocatori. E allora, chi si troverebbe davanti un muro davvero alto da scalare, sarebbe la Juve di Ranieri, che sfiderà gli inglesi negli ottavi di Champions.

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LA TRIVELA NON HA FUNZIONATO

3 febbraio 2009

Ricardo Quaresma, dopo essere diventato rosso di vergogna, con tutto San Siro che lo fischiava, è diventato blu. O meglio, Blues. Oggi, infatti, l’Inter lo ha ceduto in prestito fino a giugno al Chelsea di Felipe Scolari.

E adesso come li giustificherà Josè Mourinho i quasi 20 milioni di euro fatti spendere a papà Moratti per Quaresma? Adesso che il “Trivela” è stato scaricato, da vero bidone. Dopo che ha giocato il suo ennesimo spezzone inutile di stagione. Dopo che ha sbagliato un gol in stile Darko Pancev, altro brutto ricordo nerazzurro. Dopo che ha dato l’impressione di sentirsi addosso tutta la sfortuna del mondo a giocare per i propri tifosi.

Quando è arrivato, lo descrivevano così: portoghese, ala destra, capello ingellato, dribbling, colpi di esterno, velocità. Sembrano, sono, le caratteristiche di Cristiano Ronaldo. Il vero fenomeno portoghese. Quaresma, da sempre, è considerato il suo alter ego. O meglio, era considerato. Dopo la sfortunata, ma a quanto pare profetica, esperienza nel Barcellona, Quaresma, nei quattro anni al Porto, aveva incantato, ma a sprazzi. E, comunque, il campionato portoghese non ha mai consacrato definitivamente un calciatore ad alti livelli. Ora Ricardo, classe ‘83, deve ricostruirsi la carriera.

Eppure Mourinho quest’estate aveva fatto i capricci pur di averlo, constringendo Moratti a staccare l’ennesimo sanguinoso assegno, rinunciando anche al giovane Pelè. San Siro, da sempre luogo difficile per chi si fa condizionare, non è stato tenero dal momento in cui Quaresma ha pensato a dispensare “trivele” a caso. Senza essere mai utile, senza portare punti, senza entrare nell’ottica del gruppo. Ricardo si è cucito addosso, da solo, l’etichetta del bidone.

Se alle prestazioni horror del portoghese ci si aggiunge che Mourinho ha abbandonato il progetto 4-3-3 per tornare al rombo manciniano, dopo aver silurato anche il brasiliano Mancini, è facile capire perché l’Inter si sia disfatta dell’ingombro Quaresma. Nei prossimi sei mesi il portoghese sarà agli ordini di Felipe Scolari, suo ex ct della nazionale. Il Chelsea non naviga in buone acque. Il campionato inglese, forse gli si adatterà di più. Magari i tifosi non lo fischieranno al primo pallone toccato. Gli interisti invece, per un po’ possono stare tranquilli: nessuna “trivela” disturberà il loro sonno. Nessun rimpianto. Solo una speranza. Che a giugno, a Milano, arrivi un aereo da Londra. Dal quale scenderà, pronto per affrontare una nuova sfida, non la trivela, ma Didier Drogba.