Archive for marzo 2008

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Campionato riaperto?

12 marzo 2008

Come reagirà l’Inter al doppio colpo di ieri?

Fa strano a dirsi, ma forse il Liverpool e Mancini hanno riaperto il campionato più della sconfitta di Napoli. Domenica l’Inter giocherà con il Palermo con qualche nube di troppo sopra la testa. L’uscita dalla Champions potrebbe essere lo spartiacque della stagione, sia in positivo che in negativo. Ma quello che sta tenendo banco su tutti i giornali, più che la bruciante sconfitta, sono le dichiarazioni-shock di Mancini. Le esternazioni del tecnico non sono piaciute ne’ ai giocatori ne’ a Moratti e per domenica si parla già di un’ipotesi-traghettatore che risponde al nome di Walter Zenga. Forse è solo Fantamercato, ma fatto sta che le notizie che rimbalzano in Rete e sui giornali danno l’impressione di una ambiente in ebollizione: la squadra non è a posto fisicamente, la lista degli infortunati e le ultime prestazioni lo dimostrano. Serve la scossa nervosa, una reazione rabbiosa. Però, detto tra i denti, all’Inter al momento manca un leader, un Ronaldo dei vecchi tempi per intenderci. Manca Ibrahimovic, che ieri sera ha dimostrato una volta di più di essere un fuoriclasse quando la squadra gira a mille, ma che fa fatica a sobbarcarsela sulle spalle quando le cose non vanno. Soprattutto dal punto di vista psicologico, come ci ricordano quei due goal sbagliati per troppo egoismo che avrebbero potuto dare più di una speranza alla squadra nerazzura. La Roma gioca sul velluto, l’Inter è sulle gambe. Questa è forse l’immagine che fotografa al meglio la situazione in questo momento. Il campionato non è mai stato aperto come adesso. Starà alle due squadre dirci chi si dimostrerà più forte in quella che è ormai soprattutto una gara di nervi tra due squadre belle ma enigmatiche per motivi così diversi che ora sembrano quasi coincidere. Noi staremo alla finestra, ad aspettare.
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UN CIAO INASPETTATO

12 marzo 2008

Il Mancio se ne va a giugno, tanti dubbi sui perché. Tanti dubbi sul futuro

Mentre scendevo dalle scale di San Siro, in un clima che mi aspettavo e che avevo messo in preventivo, ma nonostante ciò lo avevo voluto assaporare da vicino, scherzando, ho detto a Scar: “Adesso esonerano Mancini, arriva Marini fino a giugno, e poi arriva Cuper”. Non ho fatto in tempo ad arrivare al parcheggio e già arrivavano telefonate e messaggi: il Mancio ha detto che se ne va! Qualcuno è contento, qualcuno invoca Zenga. Io sinceramente, ci rimango di merda. Di colpo, mi passa la delusione per la partita, e mi sale una preoccupazione costante. Non tanto rivolta ai prossimi due mesi e mezzo, in cui potremmo perdere lo scudetto. Ma rivolta alla prossima stagione. Arriverà Mourinho, ne sono quasi certo. Ma cambierà tutto. CI eravamo abituati al Mancio, bisogna dirlo. In Europa ha fallito, sempre. Però ci ha fatto vincere lo scudetto dei 97 punti, ci ha regalato Coppe Italia e Supercoppe Italiane, con lui abbiamo vinto i derby, abbiamo camminato insieme a passo spedito. L’Inter è cresciuta con il Mancio, tutto l’ambiente è cambiato, e di questo bisogna dargli atto. Cambierà lo staff: chi ci sarà al posto di Sinisa? Chi allenerà i portieri? E il medico sarà lo stesso? Chi vorrà portarsi Mourinho? Quali giocatori silurerà?
Non so perché il Mancio se ne va. Forse si è sentito arrivato, forse ha capito che dopo 4 anni, più di questo non poteva dare. L’ho spesso criticato per le sue scelte, a volte l’ho apprezzato per invenzioni che ci hanno portati lontani (Zanetti a centrocampo, ad esempio). Mi è sempre piaciuta la schiettezza con cui ha sempre detto quello che pensava.
Gli chiedo solo una cosa: portarci questo scudetto. Sarebbe la conclusione degna della sua storia all’Inter. Era arrivato per farci vincere in Italia, giusto? se ne andrebbe con tre scudetti in 4 anni. Non potremmo certo biasimarlo.
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CON IL CUORE, RAGAZZI

11 marzo 2008

cuore nerazzurro

Sarò lì a cantare per voi, anche se avrò il groppo in gola di chi muore dalla tensione, di chi spera ma non si fa troppe illusioni, di chi ha voglia di vincere ma ha una tremenda e giustificata paura di perdere. Non so se farete l’impresa, ragazzi. Ci sono troppe variabili tecnico-tattiche che mi fanno essere scettico, lo ammetto. Quello che voglio, quello che vogliamo, è che giochiate con il cuore. Voglio che stasera non scendano in campo 11 leoni, voglio 11 INTERISTI. Voglio gente che si sacrifichi per la nostra maglia, voglio che giochiate come se questa fosse l’ultima partita dell’Inter. Fatelo non per voi stessi, non per i tifosi. Fatelo per l’Inter. Se lo farete, anche in caso di eliminazione, potrete uscire a testa alta, e vi renderemo onore. Che il vostro cuore sia nerazzurro, ragazzi, come il mio.
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INTER CENTO

9 marzo 2008

Allo stadio nel giorno dei cento anni: un’emozione unica

Ho stretto la mano a Walter Zenga, il mio idolo, il mio modello, colui per il quale faccio il portiere da quando avevo 8 anni. Ho visto la più bella e maestosa coreografia che sia mai stata realizzata in uno stadio italiano. Ho sentito il figlio di Giacinto Facchetti spiegare al mondo cos’è la nostra squadra. Ho assistito ad uno spettacolo di suoni e di luci che pensavo non potesse essere realizzato in uno stadio di calcio. Ho visto 805 bambini con la maglia nerazzurra, ho visto le bandiere dei paesi rappresentati dai nostri calciatori nella storia. Ho visto il mio presidente cantare con Adriano Celentano. Ho visto entrare la GRANDE INTER. Ho visto Matthaus, Klinsmann, Brehme. Ho visto Altobelli e Beccalossi, Berti, Boninsegna, Roberto Baggio, Youry Djorkaeff. Ho osannato Ivan Zamorano, ho ammirato lo Zio Bergomi. Ho visto anche, con grande simpatia, Taribo West e Ruben Sosa e Felice Centofanti. Ho cantato “Peppino Prisco facci un gol”, “Chi non salta rossonero è”, “Giacinto Facchetti eee, ooo”. Ho visto i giocatori di oggi, gli abbiamo fatto capire come li vogliamo martedì sera, non importa se vincono o perdono, l’importante è che scendano in campo come 11 leoni. Era la festa dei cento anni. Era, è stata la festa della mia squadra. Che è un sentimento, che si racchiude in due parole: TI AMO. Con i colori del cielo e della notte, infinito amore, eterna squadra Mia. INTER.
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INTER DAY

8 marzo 2008

Oggi una canzone, domani le parole


A te che sei l’unica al mondo
L’unica ragione per arrivare fino in fondo
Ad ogni mio respiro
Quando ti guardo
Dopo un giorno pieno di parole
Senza che tu mi dica niente
Tutto si fa chiaro
A te che mi hai trovato
All’ angolo coi pugni chiusi
Con le mie spalle contro il muro
Pronto a difendermi
Con gli occhi bassi
Stavo in fila
Con i disillusi
Tu mi hai raccolto come un gatto
E mi hai portato con te
A te io canto una canzone
Perché non ho altro
Niente di meglio da offrirti
Di tutto quello che ho
Prendi il mio tempo
E la magia
Che con un solo salto
Ci fa volare dentro all’aria
Come bollicine
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che sei il mio grande amore
Ed il mio amore grande
A te che hai preso la mia vita
E ne hai fatto molto di più
A te che hai dato senso al tempo
Senza misurarlo
A te che sei il mio amore grande
Ed il mio grande amore
A te che io
Ti ho visto piangere nella mia mano
Fragile che potevo ucciderti
Stringendoti un po’
E poi ti ho visto
Con la forza di un aeroplano
Prendere in mano la tua vita
E trascinarla in salvo
A te che mi hai insegnato i sogni
E l’arte dell’avventura
A te che credi nel coraggio
E anche nella paura
A te che sei la miglior cosa
Che mi sia successa
A te che cambi tutti i giorni
E resti sempre la stessa
A te che sei
Semplicemente sei
Sostanza dei giorni miei
Sostanza dei sogni miei
A te che sei
Essenzialmente sei
Sostanza dei sogni miei
Sostanza dei giorni miei
A te che non ti piaci mai
E sei una meraviglia
Le forze della natura si concentrano in te
Che sei una roccia sei una pianta sei un uragano
Sei l’orizzonte che mi accoglie quando mi allontano
A te che sei l’unica amica
Che io posso avere
L’unico amore che vorrei
Se io non ti avessi con me
a te che hai reso la mia vita bella da morire, che riesci a render la fatica un’ immenso piacere,
a te che sei il mio grande amore ed il mio amore grande,
a te che hai preso la mia vita e ne hai fatto molto di più,
a te che hai dato senso al tempo senza misurarlo,
a te che sei il mio amore grande ed il mio grande amore,
a te che sei, semplicemente sei, sostanza dei giorni miei, sostanza dei sogni miei…
e a te che sei, semplicemente sei, compagna dei giorni miei…sostanza dei sogni…

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VUCINIC ACCENDE LA LUCE

5 marzo 2008

La Roma si sbarazza del Real e vola ai quarti: decisivo l’ingresso di Vucinic, che mette la firma sul 2-1 finale

Quando è entrato al posto di Mancini – mancava meno di mezz’ora – qualcuno ha storto il naso. Perché rimettere l’unica punta vera della Roma a fare l’esterno sinistro, dove gioca spesso, ma a volte si perde? La risposta del montenegrino Vucinic non si è fatta attendere: prima palla sparata sulla traversa. Poi tante azioni pericolose, l’espulsione di Pepe procurata con un guizzo super. E tanta voglia di farsi vedere, di dimostrare di essere all’altezza, lui che tra l’altro l’anno scorso segnò al Manchester United nell’andata dei quarti, a Roma. E alla fine, nei minuti di recupero, ha messo la pietra tombale sul Real Madrid, spedendo alle spalle di Casillas la punizione di Panucci. Roma ai quarti, con merito, trascinata dalla coppia De Rossi-Aquilani più che dai suoi solisti d’attacco. Il gol di Taddei è arrivato con il Real in dieci, a mio avviso per colpa di un allenatore come Schuster che definirei sciagurato. Troppo difficile, dopo l’espulsione, mettere Drenthe terzino e far scalare subito Heinze in mezzo, quando quest’ultimo è rimasto nella terra di nessuno per farsi anticipare da Taddei, non un’aquila di testa. La Roma ha subito il gol del pareggio di Raul in netto fuorigioco, ma non ha mai rischiato veramente di perdere. Il Real senza Van Nistelrooy perde il 60% del suo potenziale. Raul è l’unico che prova a tenere a galla la barca, che invece affonda a causa dell’indisponenza di Guti, della mancanza di spinta sulle fasce degli assenti Sergio Ramos e Robben a cui si aggiungeva anche l’indisponibilità di Snejider. Il Real Madrid però dimostra come sempre di essere una squadra che sta insieme così, un po’ a caso, con i giocatori che giocano in ruoli non loro, che si trovano prima a destra poi a sinistra. Manca un impianto di gioco stabile. Mancavano anche 3 titolari, ma come spesso accade, non si può dare ragione agli assenti.
La Roma ha imparato dagli errori dell’anno scorso, è stata accorta e precisa, ha sbagliato poco, ha trovato in Aquilani quel qualcosa in più rispetto al congelatore di palloni Pizarro. E ha scoperto in Vucinic il grande valore aggiunto, che non è la luce di una sera, ma può essere la chiave di una stagione.
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DUE MONDI DIFFERENTI

5 marzo 2008

La fine del ciclo del Milan coincide con il calcio spettacolare, veloce e giovane dell’Arsenal di Wenger. Per il Milan finisce un’era.

È finita. Per una volta nessun gol di Inzaghi di spalla, nessun rimpallo favorevole. E nessuna prestazione da videocassetta, come in quel 3-0 monstre rifilato al Manchester United nella semifinale di ritorno dell’anno passato. Il Milan è stato battuto 2-0, ma più del risultato, ha potuto il gioco. Il Milan ha perso sul piano del gioco, l’Arsenal dei giovani gli è stato superiore per 180 minuti. Un gioco veloce, fatto di passaggi, di movimenti senza palla, di sovrapposizioni, di attaccanti che si allargano, di centrocampisti che si inseriscono, di terzini che accompagnano l’azione, di tiratori a volte timidi ma micidiali. Il Milan è rimasto a guardare: mancava Seedorf, l’uomo della Champions. Ma in realtà mancava il Milan per sopraggiunti limiti di età, di gioco, di rinnovamento. Il Milan è uguale a se stesso da troppi anni, ha un solo modulo e un solo modo di gioco, che a lungo andare si è risolto in “palla a Kakà e che Dio ce la mandi buona”.
C’è da dire che il Milan è in questa situazione da tempo, e solo una buona dose di fortuna e di resistenza dei suoi campioni hanno nascosto. La Champions dell’anno scorso, inaspettata, non è stata frutto del Milan dei miracoli (semifinale di ritorno a parte). È stata più che altro il canto del cigno, la dimostrazione che più che le gambe, può la personalità.
Ora tutto questo non basta più. L’Arsenal, come a suo tempo il Milan, è una squadra innovatrice, che ha in Fabregas il suo Pirlo, più moderno, con più corsa e più propensione al gol. Adebayor ha tenuto da solo contro Nesta e Kaladze, Flamini ha contenuto Kakà, Hleb ha fatto i chilometri. Ma non sono il mix di una serata di grazia: sono il manifesto di come si gioca al calcio. Giù il cappello di fronte ai Gunners, e tanti saluti al vecchio Milan. Che è finito, e va rifondato.
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FIRENZE HA IL SUO PAPA

3 marzo 2008

Papa Waigo affonda la Juve con un gol e un assist

Segnare a Torino il gol del pareggio a 15 minuti dalla fine non gli è bastato. Papa Waigo ha deciso che la Fiorentina doveva vendicarsi della rimonta subita 14 anni fa, firmata Alex Del Piero. Così, al 93′, l’uomo arrivato a gennaio dal Genoa in cambio di Van den Borre, ha messo sulla testa di Osvaldo la palla del 2-3. Clamoroso, ma vero. La più grande gioia per un tifoso viola si è materializzata come d’incanto. Vincere a Torino, in rimonta all’ultimo minuto, è onestamente da goduria. Soprattutto per loro, la cui rivalità nei confronti dei bianconeri è storica. E tutto propiziato dal senegalese, 2 gol negli ultimi due incontri. Uomo veloce, punta esterna devastante in serie B, ma a quanto pare, decisivo anche in serie A.
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INFINE AVVENNE

3 marzo 2008

Troppo Napoli per l’Inter

Prima sconfitta in campionato per l’Inter, Roma a meno 6. Merito di un Napoli travolgente, di grande corsa e ripartenze. Aggrappato ad una difesa insolitamente sicura, alla gestione della palla di Hamsick e Gargano, alla velocità di Lavezzi, al tocco di Zalayeta. E ad alcune decisioni del direttore di gara.
Sia chiaro, il Napoli ha strameritato di vincere, Julio Cesar ha regalato il primo gol ma poi ha compiuto tantissime parate difficili e decisive. Ma mancano 2 ammonizioni nette nei primi minuti di gioco, in particolare a Blasi che verrà poi ammonito. Chivu, di contro, al primo fallo si è visto sventolare il giallo. Contini ha mollato una gomitata in faccia a Balotelli: l’arbitro ad un metro ha lasciato correre. La sua ombra sembrava bianconera: la paura di decidere, aumentata dalla lettera cervellotica e ridicola scritta dai dirigenti bianconeri ha avuto il suo effetto. Anzi, di più: il rigore per il Napoli nella ripresa, parato da Julio Cesar, è un’invenzione.
L’Inter non si aggrappa agli errori dell’arbitro né ai numerosi infortuni. L’Inter ha perso per carenza fisica e per una sciagurata impostazione tattica di Mancini, che dà le chiavi della squadra al poco dinamico Pelè invece di affidarsi ad un classico 4-4-2. Ma sui giornali di oggi non ci sono titoli scandalistici, come ci sono stati per un’ammonizione dubbia in Inter-Roma. Questo non mi sta bene.